Barbara Milani, seguendo le orme dei genitori che confezionavano abiti e collaboravano con le case di moda italiane, quarant'anni fa aprì un proprio atelier in centro a Milano,

dietro Sant'Ambrogio, dopo anni di gavetta alle dipendenze di grandi stilisti.
Nel suo negozio Milani propone abiti asciutti, sobri e minimali, come nella migliore tradizione meneghina, per il giorno, la sera e anche abiti da sposa. In particolare offre la possibilità di adattare i capi esposti e creare abiti interamente su misura, grazie al laboratorio attiguo allo showroom, dove vengono anche realizzati tutti i pezzi della collezione.

Che tipo di percorso formativo ha seguito?

Ho una formazione classica dal punto di vista degli studi: ho fatto Economia alla Bocconi e poi mi sono laureata in Storia dell'Arte. I miei genitori avevano una piccola azienda di abiti, i quali erano poi venduti alle varie boutique; inoltre disegnavano per le case di moda italiane. Inesorabilmente, quindi mi sono avvicinata a questo mondo, e ho iniziato a lavorare per grandi stilisti, come Moschino e Gianfranco Ferré occupandomi delle vendite e del prodotto. Infine ho rilevato l'attività dei miei genitori, trasformandola in un atelier sartoriale, con vendita diretta, ma anche la possibilità di fare capi su misura.

Io sarei ben felice se il mio atelier promuovesse attività di trasmissione del mestiere alle nuove generazioni, ma fatico a trovare giovani che vogliano impararlo.

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La moda avrà sempre successo e alla fine la crisi passerà; ma purtroppo l'artigianato di qualità sarà destinato a rivestire uno spazio sempre più di nicchia nel settore.

Nel suo atelier s’insegna il mestiere ai giovani?

Io sarei ben felice se il mio atelier promuovesse attività di trasmissione del mestiere alle nuove generazioni, ma fatico a trovare giovani che vogliano impararlo. Mi è capitato che alcune mie sarte andassero in pensione e quindi dovessi trovare delle sostitute, ma ho incontrato serie difficoltà a reperirle: non ci sono più sarte capaci, non c'è più nessuno che le formi giacché ormai regna incontrastata la mentalità della fabbrica. Ci vuole inoltre tempo e pazienza per imparare. Insegnare è diventata una scommessa, su cui, di questi tempi, è difficile puntare.

Quali attività svolge per promuovere il suo atelier?

I canali pubblicitari tradizionali hanno dei costi esorbitanti, che sono insostenibili per una realtà piccola come la nostra, per cui promuoviamo molte iniziative che vedono l'atelier come location di eventi culturali: pittori che espongono qua le loro opere, altri artigiani che mettono in mostra i loro manufatti, piccole aziende vinicole che presentano il loro vino. Sono tutte piccole manifestazioni, che non avendo bisogno di spazi enormi, possono sfruttare il mio showroom, mentre per noi sono un modo di far conoscere il nostro atelier a un giro più ampio e attraverso altri canali.

Quali sono i problemi legati al suo settore?

L'artigianato, nel nostro Paese, non è correttamente tutelato soprattutto perché non c'è una forma mentis adeguata: la mentalità imperante è sostenere la fabbrica che ha una grande produzione. In termini numerici è ovvio che l'azienda sia più vantaggiosa. Inoltre c'è una noncuranza in materia di valorizzazione, oltre che di tutela: si dovrebbe dare più valore e input all'artigianato, perché è su queste piccole realtà che si basa l'Italia, sulla loro creatività e saper fare, sono loro che fanno la differenza.

Cosa si aspetta dal futuro di questa professione?

La moda avrà sempre successo e alla fine la crisi passerà; ma purtroppo l'artigianato di qualità sarà destinato a rivestire uno spazio sempre più di nicchia nel settore.