Qual è il ruolo degli artigiani?
Gli artigiani sono al centro del progetto, perché sono loro i portatori di un legame profondo con il territorio, con la tradizione e con un sapere che aggiunge agli oggetti spessore, una sorta di “terza dimensione”. Si tratta di un patrimonio che negli anni abbiamo visto progressivamente affievolirsi, e certamente Mustras nasce anche come tentativo di restituire valore a questa eredità immateriale, che vediamo spostare il proprio baricentro quando la produzione artigianale si concentra maggiormente su lavorazioni di carattere turistico. Siamo convinti che la commistione tra competenze produca una forma di crescita reciproca: i designer e gli artisti imparano dall’artigiano e l’artigiano, a sua volta, entra in dialogo con nuove possibilità di visione. Noi stessi siamo stati i primi a trarre insegnamento da ciò che abbiamo osservato e imparato nelle botteghe artigiane.
Potete fare degli esempi di questa “terza dimensione”?
Storicamente, molti oggetti strettamente legati all’abitare costituivano un vero e proprio linguaggio. Gli oggetti non erano solo funzionali: raccontavano storie, relazioni e modi di vivere. Le madie intarsiate in legno, per esempio, erano ricche di simboli ed elementi decorativi che, a seconda della loro disposizione, raccontavano la storia di una famiglia, i rapporti tra la famiglia dello sposo e quella della sposa. Il nome stesso Mustras deriva da sa mustra, il bozzetto preparatorio che i falegnami utilizzavano per incidere le madie. Ogni laboratorio custodiva gelosamente le proprie mustras, che costituivano un codice locale, un lessico condiviso. Lo stesso vale per alcune lavorazioni tessili, come i tappeti di Nule, ricchi di riferimenti religiosi o naturali, che funzionavano come narrazioni visive.
Con il progressivo venir meno di tali pratiche e con il mutamento della nostra quotidianità, anche questo linguaggio rischia di perdersi. Non è mai stato nostro obiettivo riproporlo in modo diretto – sarebbe anacronistico – ma ci interessava individuare una linea di continuità: restare pienamente nel contemporaneo, cercando però un filo conduttore con quegli elementi della tradizione. Questo approccio si declina ogni volta in modo diverso, a seconda del progetto.
È un progetto legato esclusivamente alla Sardegna?
La scelta di lavorare sull’artigianato sardo è legata alle nostre origini, ma anche alla specificità di quel contesto. L’artigianato sardo è un vero e proprio continente: una nebulosa di tecniche, materiali e possibilità. L’insularità ha sicuramente contribuito a mantenere aspetti identitari molto forti. Questo carattere è il punto da cui siamo ripartiti, all’interno però di una cornice contemporanea segnata da una forte omologazione culturale e architettonica.
Mustras, però, non è un progetto regionalista in senso chiuso, l’approccio è esportabile. Il nostro obiettivo non è costruire un recinto, ma ponti: partire da un patrimonio locale per dialogare con un orizzonte più ampio, contemporaneo e aperto.
Ci raccontate qualche creazione che ha visto la luce grazie al progetto?
Tra i progetti che meglio rappresentano Mustras, uno è Q.R. Quanta Res, una tessitura a pibiones in lana progettata da Fabrizio Felici e Alberto Olmo. Il lavoro nasce dall’indagine sul concetto di memoria in relazione all’abitare, nello specifico in dialogo con il territorio di Seulo e la cascata di Sa Stiddiosa, luogo simbolico per la comunità locale. Il degradarsi “pixellato” della tessitura richiama lo sgocciolio - in sardo “su stiddiu” - dell’acqua e dialoga con l’idea del QR code come contenitore di memoria e dati.
Un altro progetto, Offshore di Marco Loi, affronta in modo più esplicitamente critico il tema del decentramento produttivo. Partendo da etichette di prodotti industriali venduti nei supermercati - realizzati all’estero che richiamano lavorazioni locali - il designer le ha trasformate in tessiture realizzate in Sardegna. Un gesto di riappropriazione, tanto artigianale quanto concettuale.
C’è poi un lavoro più intimo, una tovaglia progettata da Martina Carcangiu, ricamata a partire da un testo di Ernesto Nathan Rogers pubblicato anonimamente su Domus negli anni Quaranta. Il testo, che riflette sull’abitare, è stato ricamato su lino con una macchina a pedale degli anni Cinquanta. I colori derivano esclusivamente da tinture naturali ottenute da materie prime del sud della Sardegna, a dimostrazione che il legame con il territorio può passare anche dalla scelta della materia, non solo dalla tecnica.
Qual è il futuro del progetto Mustras?
Ad oggi, Mustras raccoglie circa novanta pezzi ed è stato selezionato in diversi contesti espositivi di eccellenza. L’attenzione ricevuta da riviste e istituzioni è arrivata in modo inaspettato, come un’eco che ha superato rapidamente il contesto locale. Il nostro auspicio è che questo lavoro possa anche avere una ricaduta concreta sulle botteghe artigiane, perché un pezzo unico, per quanto significativo, non basta a sostenere economicamente una pratica. Al momento stiamo lavorando a uno sviluppo commerciale che possa preservare il valore fondante rappresentato dall’artigianalità da un lato e dall’importanza della riflessione progettuale dall’altro. Crediamo che alcuni oggetti possano uscire dalla dimensione dell’uso quotidiano ed entrare in una sfera più straordinaria, dove possano essere nuovamente riconosciuti come portatori di significato.