Com’è nato il progetto dell’Archivio delle Mani Maestre?
Quando all’improvviso è mancato mio marito, ho dovuto gestire tutto in totale autonomia, rinunciando ad alcune lavorazioni che facevano parte del suo repertorio. Pur avendo lavorato sempre fianco a fianco, non ero in grado di realizzare parte della produzione. Mi sono trovata a chiedermi cosa volessi fare, sapendo con certezza che avrei voluto ancora lavorare con le mani. Mi sono interrogata proprio su questo aspetto: cosa succede alle mani degli artigiani?
Fu così che decise di realizzare un progetto interamente loro dedicato?
Esatto. Le prime mani che ho deciso di rendere immortali, prendendone il calco, sono state quelle dell’ultimo torniante eugubino. A seguire, quelle di suo figlio, che ritornando in bottega aveva permesso alla tradizione di continuare. Sono poi andata a Firenze, per “catturare” le mani agli artigiani che partecipavano ad Artigianato e Palazzo. Non ho fissato solo le mani, ma anche l’infinità di storie che potevo ascoltare, le fondamentali connessioni che quelle mani esprimevano. È per questo che tutte le mie mani sono ammorsate: sono visibili tutte intorno le strutture interne di collegamento, esibendo metaforicamente il loro legame con il mondo. Sono calchi apparentemente imperfetti ma, rappresentando in maniera perfetta il qui e ora, sono testimoni concreti, credibili e unici del saper fare.
Che riscontro ha avuto il progetto?
Alla prima, piccola esposizione a Gubbio, con solo sedici mani, è seguita la grande mostra di Palazzo dei Consoli tenutasi nel 2024, visitata da quasi ventimila persone e con oltre 100 calchi esposti. L’evento ha avuto un grande successo sia perché, coerentemente, abbiamo lasciato che i visitatori toccassero tutte le mani in mostra - un approccio piuttosto inusuale nell’ambito artistico -, sia perché si potevano ascoltare le voci degli artigiani, che raccontavano il loro tempo del fare.
Chi c’è oggi nel vostro archivio?
Il nostro è un archivio di incontri, di storie e testimonianze. Abbiamo cercato mani per motivi diversi, concentrandoci sui talenti dei singoli o su aspetti trasversali come la longevità di alcuni mestieri e botteghe. Recentemente sono stata a Venezia per prendere i calchi delle mani di maestri appartenenti a botteghe leggendarie, come Barovier & Toso, Orsoni e Bevilacqua, ma abbiamo anche artisti che, appena ho raccontato loro il progetto, hanno scelto di farne parte, come Michelangelo Pistoletto e Ugo La Pietra. L’archivio ad oggi custodisce oltre 200 mani ma è uno scenario in continua crescita ed evoluzione.
Qual è per lei il significato più profondo del progetto?
A mio avviso, ci sono due piani distinti, ma altrettanto fondamentali. Uno è quello dell’immortalità: il desiderio di lasciare un’impronta personale destinata a durare per sempre. È un aspetto che ha a che fare con l’umanissimo bisogno di attenzione e di riconoscimento da parte dell’uomo e dell’artigiano. Poi, c’è un aspetto antropologico connesso con l’intimo piacere e la felicità del fare, un aspetto poco conosciuto e di cui si parla poco, a prescindere dalla dimensione economica del mestiere.
Qual è il rapporto tra il saper fare dell’artigiano, simboleggiato dalle mani, e la bellezza?
La bellezza per me è comfort, è stare in un luogo e starci bene. Penso a quando passeggi per Venezia: sei circondato dalla bellezza, ma per farla tua davvero devi prima comprenderla. L’artigiano conosce profondamente la tecnica della bellezza, il suo corpo, la sua materia. La bellezza sta nelle persone, nel fare, nella comunità, è la cura che si mette nei dettagli. In sintesi, la bellezza è sentimento e cura.
È ora nata l’Associazione Archivio delle Mani Maestre. Con quale obiettivo?
Il prossimo passo è mettere in sicurezza l’intero archivio ed individuare una sede espositiva, visto che tutte le mani realizzate al momento sono nel mio laboratorio. Esporle in modo permanente, in una modalità attiva, viva, presente, ci permetterebbe di generare nei visitatori quel desiderio di fare che le mani, naturalmente, evocano. E oggi è ancora più necessario riappropriarsi dell’umanità per distinguersi da ciò che umano non è. A livello di crescita, l’obiettivo numerico è molto ambizioso e per raggiungerlo avremo bisogno del sostegno di istituzioni pubbliche e private, come la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte: vorremmo arrivare a mille mani!