Raffaele Antonelli, classe 1957, figlio di Giuseppina Marrazzo (sarta storica del Teatro San Carlo di Napoli) cresce circondato da aghi, filo e cotone. La passione per il taglio e il cucito gli viene trasmessa, quasi per osmosi, dalla madre.Nel 1985 apre la sua sartoria, oggi rinomata in tutta Italia e non solo. I suoi successi sono il risultato dell’impegno nell’antico e nobile mestiere della sartoria unito alla capacità di saper rivolgere lo sguardo ben oltre il lavoro eseguito nel laboratorio partenopeo.

Ci racconti la storia della Sartoria Antonelli.


La sartoria Antonelli nasce dopo anni di gavetta e grandi sacrifici, nel cuore del quartiere Montesanto, a Napoli. A 28 anni il desiderio di avere una sartoria mia era tanto forte che decisi di aprire l’atelier che tutt’oggi è riconosciuto in città.

Gli esordi non furono facili, per poter sostenere le spese necessarie a mantenere la bottega, per i primi tempi facevo gli “aggiusti” per i più importanti negozi di abbigliamento del capoluogo campano.

L’ unicità di un abito non è data solo dal tessuto, ma soprattutto da come viene indossato e “portato”

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Gli esordi non furono facili, per poter sostenere le spese necessarie a mantenere la bottega, per i primi tempi facevo gli “aggiusti” per i più importanti negozi di abbigliamento del capoluogo campano.

Qual è la sua formazione? Cosa o chi l’ha spinta verso questo mestiere?

Il mio primo impiego come apprendista fu presso una nota sartoria nella Galleria Umberto I di Napoli, avevo solo 12 anni quando imparai a tenere l’ago in mano.

Un mestiere intrapreso sia per curiosità, sia per dare un sostegno economico alla famiglia. Con il tempo mi sono appassionato fino ad amarlo, a volere fare di questo lavoro la mia professione e dedicare la mia vita ad ago e filo. Il desiderio e la volontà di imparare e mettere a frutto gli insegnamenti del mio maestro, mi portarono a voler aprire un atelier. 
La gavetta è stata lunga e tortuosa, e non priva di sacrifici e momenti difficili, ma a 28 anni compresi di essere pronto: consapevole della destrezza acquisita negli anni grazie al mio caro Maestro, decisi di aprire la mia sartoria.

La bottega vanta una grande varietà di tessuti. Li sceglie lei personalmente? Quale criterio adotta per la scelta?


È vero, la mia sartoria vanta una grande quantità di tessuti che scelgo personalmente.

Ogni volta mi dico che deve essere l’ultima, che devo aspettare a fare nuovi acquisti, vista l’ampissima gamma che ho in negozio, ma ogni volta cedo alla tentazione.

La verità è che io mi innamoro dei tessuti: mi basta toccarli con mano, sentirne la morbidezza e il peso, per capirne subito la qualità e immaginarmi come posso lavorarli per realizzare capi su misura e che rispondano alle esigenze del cliente.

Solitamente mi baso sui miei gusti personali, che quasi sempre rispecchiano quelli della mia clientela.

Sono tessuti classici, a tinta unita, rigati, principi di Galles, tutti di pregevole fattura e qualità. Stoffe che non passano mai di moda, adatte per tutte le occasioni, possibili da indossare per chiunque. Allo stesso tempo cerco di rimanere aggiornato sui gusti delle persone, e sui cambiamenti della moda, così adeguo gli scaffali del mio atelier con qualche tessuto dai colori più stravaganti per accontentare i miei clienti più esigenti.

Cosa rende unico un abito?


L’ unicità di un abito non è data solo dal tessuto, ma soprattutto da come viene indossato e “portato”. È vero un abito cambia in base agli accessori che si abbinano, una camicia azzurra o bianca, un fazzolettino o un gemello, una cravatta regimental o a tinta unita, ma ciò che fa realmente la differenza e rende unico un abito, è la personalità con cui lo si indossa. Proprio perché ognuno di noi ha il suo carattere, una sua peculiarità, ogni abito è unico.

Crede che i tempi moderni abbiano influenzato la lunga tradizione sartoriale italiana?


Le tradizioni sartoriali restano inalterate nel tempo, proprio perché questa professione affonda le radici in tempi antichi, è quasi impossibile modificare la scrupolosità, la tecnica e l’amore che caratterizzano questo mestiere.

Non bisogna, però, negare che i tempi moderni hanno contribuito a migliorare le tecniche e la manodopera necessarie alla creazione del capospalla, riuscire a mantenere il passo con il moderno, senza snaturare la tradizione e il gesto è una nostra prerogativa.

La sartoria vanta premi, riconoscimenti e onorificenze, ma qual è l’esperienza che ricorda maggiormente?


Sicuramente l’esperienza che ricordo con maggior emozione è il concorso “Forbici d’Oro Regionali”, perché è stato il primo concorso al quale ho partecipato nella mia vita, ero un turbinio di eccitazione ed entusiasmo, tipici delle competizioni; vinsi anche il primo premio! Anche il premio MAM- Maestro d’Arte e Mestiere lo ricordo con piacere come il riconoscimento ai tanti anni di sacrifici che mi hanno portato ad essere ciò che sono oggi.

Cos’è il progetto “Giovani talenti”?


Cerco di orientare il mio lavoro verso i giovani perché, purtroppo, il mestiere del sarto sta scomparendo, con mio grande rammarico e tristezza. Pertanto il mio obiettivo principale è quello di insegnare ai giovani questa meravigliosa e nobile arte, in modo tale da poter tramandare alle nuove leve, i segreti di questa suggestiva e meravigliosa professione, per mantenere viva nel tempo la tradizione sartoriale.

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