Nato nel 1959 a Macerata, già da ragazzo è attivo nella bottega di famiglia, passata da padre in figlio fin dal 1873 quando il bisnonno Paolo fondò la manifattura Rubboli e reintrodusse nel territorio di Gualdo Tadino (Umbria) la tecnica dei lustri oro e rubino di tradizione mastrogiorgesca. Usa ancora oggi gli antichi forni ottocenteschi a muffola dove i pezzi vengono cotti a terzo fuoco con legna e ginestra secca, secondo la tecnica descritta dal Piccolpasso nel suo manoscritto "I tre libri dell’arte del vasaio" del 1558.

Ci racconti la sua storia. Quando ha iniziato la sua formazione?

Per questa risposta ci vorrebbero pagine e pagine. Nella mia famiglia la tradizione ceramica è sempre stata viva e presente. Si parlava di “segreto” per qualsiasi attività legata alla bottega e questo, nella mia mente di bambino ha scatenato sogni, fantasie e anche qualche paura.

Questi misteri erano conoscenze di mia madre, una donna di carattere, che mi avrebbe insegnato tutto, ma con la promessa che mi sarei laureato, come mio padre prima di me. Mamma era una donna che aveva vissuto sulla propria pelle varie crisi economiche, compresa quella del ‘29 che aveva costretto la sua famiglia a vendere la grande casa e a ridurre drasticamente il personale della manifattura. Si può dire che la mia formazione è iniziata alla mia nascita, mentre il lavoro da ceramista dopo il 1985, anno in cui ho realizzato il mio primo manufatto: avevo 26 anni. In seguito ho approfondito ricerche, tecniche e innovazioni riguardanti la mia tradizione familiare e oggi sono quell’ultimo anello della catena che produce maiolica a lustro di tradizione mastrogiorgesca dal 1873.

Quando lavoro il mio punto di riferimento è quello che dà emozioni. Per dirla alla Socrate “io non sono né greco né ateniese, ma cittadino del mondo”

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Questa tecnica per me e la mia famiglia è stata una piacevole ossessione: mi addormentavo e risvegliavo sempre con il pensiero della Rubboli, con l’onore e l’onere di continuare una tradizione secolare.

Cos’è la tecnica del lustro?

La storia del lustro, l’applicazione cioè in terza cottura con fumo di ginestra delle iridescenze oro e rubino, è una delle più affascinanti e misteriose della tradizione ceramica. Sembra infatti che tale tecnica nacque e si sviluppò contemporaneamente in Persia e in Mesopotamia, precisamente nelle città di Kashan e Baghdad, nel IX secolo. Con la conquista islamica essa si diffuse in tutto il nord Africa e in Spagna per poi pervenire in Italia dove, nel 1500, sotto la spinta che il Rinascimento diede a tutte le arti, raggiunse alcuni ceramisti italiani del tempo, fra cui Mastrogiorgio da Gubbio, che creò dei veri e propri capolavori dell’arte ceramica a lustro. Dopo gli ultimi splendori del Seicento, tale lavorazione scomparve e solo nella seconda metà dell’Ottocento fu riscoperta e ripresa da vari ceramisti, soprattutto nel centro Italia. I pionieri che riportarono in auge questa tecnica furono Luigi Carocci e Ginori nel 1856. Paolo Rubboli, il mio bisnonno di origini pesaresi la fece rivivere in territorio umbro nel 1873, iniziando la nostra tradizione familiare.

Questa è una tecnica che si eredita. Crede che questa tradizione abbia influito nella sua scelta di divenire un Maestro artigiano?

Questa tecnica per me e la mia famiglia è stata una piacevole ossessione: mi addormentavo e risvegliavo sempre con il pensiero della Rubboli, con l’onore e l’onere di continuare una tradizione secolare. Ripetere quei gesti che i miei antenati avevano fatto migliaia di volte è stato per me, oltre che una scuola di vita, quasi una terapia: lavorare come loro mi fa star bene. È un senso di appartenenza che mi completa.

Per ottenere l’effetto lucido e cangiante dei colori, si utilizzano dei particolari forni, a muffola. Oggi sono vincolati dalla Soprintendenza per il grande valore storico-culturale. Come funzionano?

La tecnica del lustro fu riscoperta nell’Ottocento anche grazie al testo di Cipriano Piccolpasso dal titolo Li Tre Libri dell’Arte del Vasaio (1558), dove fortunatamente l’autore, che aveva visitato a Gubbio la bottega del figlio del grande Maestro del lustro Mastrogiorgio, aveva disegnato i forni usati per ottenere le particolari iridescenze. I nostri forni, costruiti da Paolo Rubboli, sono databili intorno al 1884 e sono una versione modificata di quelli descritti con minuziosi disegni da Cipriano.

Il loro funzionamento è legato a segreti di bottega tramandati di padre in figlio, ma la loro particolarità è dovuta essenzialmente a un particolare “cestone” in materiale refrattario dove i manufatti, protetti dal fuoco diretto, vengono sottoposti a una drastica ossidoriduzione provocata dalla ginestra e dal suo particolare fumo. In Spagna, ad esempio, per la stessa tecnica veniva usato il rosmarino.

Quanto influisce il suo rapporto con il territorio e la tradizione nella realizzazione delle sue opere?

È scontato che il mio territorio e la mia tradizione siano sempre presenti quando lavoro, ma parlerei di uno spazio molto più ampio rispetto alla mia terra che è l’Umbria. Quando lavoro il mio punto di riferimento è quello che dà emozioni. Per dirla alla Socrate “io non sono né greco né ateniese, ma cittadino del mondo”: quindi passo dalla grande ammirazione dell’Arts & Crafts inglese alla mia ‘mediterraneità’ sempre presente, non dimenticando mai i ceci d’oro di Saffo o il dolce color d’oriental zaffiro di Dante.

La tecnica del lustro è molto antica. Come riesce a coniugare il passato con le esigenze della contemporaneità?

Sono sempre stato convinto che nessuna tradizione regga l’urto dei cambiamenti e che dal mutamento stesso non esista nessun riparo, quindi l’innovazione mi è venuta spontanea. Riadattare una tecnica così antica a un gusto contemporaneo è stata quasi una conseguenza della vita quotidiana. Pur apprezzando lo storicismo che ha reso grande la tradizione della mia famiglia, un nuovo stile legato alla contemporaneità è stato, fin dall’inizio, più nelle mie corde.

Ha consacrato la sua vita alla ceramica, tanto da riuscire ad aprire un Museo interamente dedicato a essa e alle realizzazioni con la tecnica del lustro. Cos’ha significato per lei questo importante passo?

Dopo il terremoto del ’97 c’era da fare una scelta molto difficile: o vendere tutto o ricominciare dalle macerie. Ho deciso di rilevare quanto riuscivo dai miei parenti e poi, grazie all’amministrazione comunale di Gualdo Tadino e alla Regione Umbria, sono riuscito a far inserire questo progetto tra i finanziamenti europei e così è nato il Museo Opificio Rubboli, oggi di proprietà comunale. Questo passo è stato importante più che altro dal punto di vista emotivo, in quanto oggi ho la tranquillità che quanto fatto dalla mia famiglia non andrà disperso e sarà sempre un patrimonio della città di Gualdo Tadino e non solo.

C’è un’opera alla quale è particolarmente legato? Perché?

Forse più d’una. Spesso nelle cose che faccio cito artisti che prima di me hanno avuto quelle idee geniali che ti lasciano un segno, penso a William Morris, William de Morgan o Sutton Taylor. Creare dei manufatti ispirandomi alla loro opera me li fa sentire vicini, quasi parenti. Per quanto riguarda le opere nate da una mia idea originale, penso che L’Amore è un Cubo sia una creazione molto riuscita, dove il titolo e l’oggetto stesso si fondono come volevo, armonicamente.

C’è un consiglio che vuole dare ai giovani che vogliono avvicinarsi al mondo dell’artigianato, della ceramica in particolare?

Imparate la tecnica e le regole come il miglior professionista, ma poi infrangetele come un artista. Non dimenticate però che artisti oggi si diventa essenzialmente con la cultura e lo studio, quella cultura che ti fa viaggiare e quindi creare.

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