In una ex fabbrica di collirio degli Anni Trenta a Milano si trova l’atelier di Gianluca Pacchioni, maestro dell’arte dei metalli annoverato tra i 75 MAM-Maestro d’Arte e Mestiere che hanno ricevuto il riconoscimento nella prima edizione 2016.

Qual è la sua storia?

Dopo una laurea in Economia e Commercio alla Bocconi di Milano, mi trasferisco a Parigi.

Qui, nel corso degli anni ‘90, mi tuffo nel mondo artistico parigino e vengo travolto dalla passione per la scultura dei metalli che sperimento, da autodidatta, in uno studio condiviso con altri artisti al Quai de la Gare. Queste sperimentazioni trovano poi la loro collocazione, con la prima collezione di mobili scultura in ferro presentata dalla galleria Vivendi in Place des Vosges.

Sono anni intensi , dove assorbo bellezza e creatività partecipando alla vita artistica della città, frequentando gli ateliers e gli squats più underground. Parigi è democraticamente aperta per gli artisti in erba, c’è una cultura di condivisione e accesso facile agli insegnamenti e alle sovvenzioni pubbliche. Non è così, però, per la parte produttiva , artigianale, che è molto meno disponibile alla realizzazione di piccoli progetti.

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Il mio ritorno a Milano è stato reso necessario dall’esigenza di lavorare a quattro mani con la flessibilità, l’esperienza e la creatività degli artigiani italiani.

Da questo rapporto con la materia e gli artigiani deriva il salto da progettista a homo faber che ha caratterizzato la mia storia.

Che formazione ha avuto? E quanto la sua formazione ha influito nella scelta di questo mestiere?

Sono un artista autodidatta. Mi sono inventato la mia tecnica e il mio stile.

La mia crescita professionale è frutto di una serie infinita di incontri, frequentazioni di laboratori meravigliosi con artigiani e artisti che, a volte mi hanno consigliato, a volte mi hanno regalato le loro macchine e i loro utensili ma , soprattutto, sono stati una fonte di ispirazione continua.

Seguo personalmente tutte le fasi del processo creativo e produttivo, in una vecchia fabbrica di collirio degli anni Trenta a Milano, dove dal 1998 la forgia e i laboratori hanno una collocazione definitiva.


Ci racconti come nascono le sue opere. Da cosa trae ispirazione?

Amo la materia, amo le sue imperfezioni, le sue cicatrici. Amo i contrasti e cerco di avvalorarli, di evidenziarli. Passo giornate intere a maltrattare questi metalli ma alla fine li tocco , li accarezzo.

A livello formale, prendo molta ispirazione da dettagli del mondo vegetale ma la ricerca estetica è continua.

In questo ultimo periodo sto esplorando le porosità e le superfici della pietra: al Salone del Mobile di Milano ho presentato il “Cremino” , tavolo scultura in travertino rosso persiano, parzialmente ricoperto da ottone liquido e strutturalmente realizzato con fusioni a stampo a terra. La sperimentazione continua, poi, nei grandi pannelli decorativi “Fossile”, con bassorilievi di diversi tipi di foglie di palma, realizzati in ottone liquido patinato in modo da trasformare l’impronta della vegetazione in un decoro temporalmente immutabile, fossilizzato.

Che materiali usa e con che tecniche li lavora?

La mia ricerca e il mio studio non smettono mai: dal ferro e tutte le sue patine, si passa all’acciaio inox, al bronzo, all’ottone, all’alluminio, alle patine e alle tecniche sperimentali dei metalli liquidi a freddo.

Il laboratorio produce opere con lavorazioni e tecniche innovative, mixate con le tecniche tradizionali di forgiatura o fusione e con quelle dell’oreficeria.

Per esempio, la tecnica del metallo liquido diventa il nuovo filtro con cui rivisitare e rilavorare alcuni pezzi storici della mia collezione, come le sculture illuminanti “Cut” o lo specchio scultura “Pupil”. I pezzi, oggi lavorati con questa tecnica, permettono di aggiungere infinite varianti in termini di finiture con cui i metalli di base possono essere lavorati.

Una parte importantissima del processo è la finitura della patine ottenute, con cere realizzate ad hoc per ogni esigenza.

Qual è la sua clientela?

È principalmente una clientela internazionale, che ricerca la qualità dell’eccellenza italiana e che rispetta i tempi di produzione di pezzi unici.

Pensa che i giovani possano essere interessati a intraprendere questa attività?

Non ho, purtroppo, la sensazione che i giovani siamo molto interessati a “sporcarsi le mani” anche se, durante la mia ultima esposizione a Milano, ho conosciuto parecchi studenti incuriositi e attenti alle tecniche delle mie lavorazioni. Le loro domande erano molto precise, potrebbe essere un buon segno!

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