Che ruolo giocano il territorio e la materia nell'identità di Rometti?
Rometti è profondamente umbra. In quasi cento anni, intere generazioni di famiglie hanno lavorato all'interno della manifattura, tramandando competenze, gesti e sensibilità che non si imparano sui libri. Parallelamente, il nostro rapporto con il territorio è ancora strettamente legato anche alla materia che utilizziamo: l’argilla di un’antica cava etrusca bagnata dalle rive del Tevere. Il nostro territorio ci ha insegnato inoltre il valore del tempo, della pazienza e della qualità. L'Umbria è una terra dove il fare è sempre stato strettamente legato alla cultura e all'arte, e noi ne siamo una naturale espressione. Al contempo non ci sentiamo custodi di una tradizione immobile, ma crediamo che il modo migliore per rispettarla sia farla evolvere: continuiamo infatti a utilizzare tecniche storiche mettendole costantemente in dialogo con il linguaggio del design contemporaneo.
Quali sono le principali fonti di ispirazione per le vostre collezioni?
L'ispirazione nasce dall'incontro tra memoria e contemporaneità. Da una parte c'è la nostra storia: il patrimonio lasciato da grandi artisti come Corrado Cagli e Dante Baldelli, le iconiche righe atmosferiche, il Nero Fratta, la ricerca cromatica che ha reso riconoscibile Rometti nel mondo. Dall'altra ci sono i linguaggi contemporanei, l'arte, l'architettura, la moda e naturalmente il confronto continuo con designer provenienti da culture diverse. Anche il paesaggio umbro continua a esercitare una forte influenza: i colori della terra, la luce, le colline, le atmosfere.
Quali sono i processi e gli elementi che meglio raccontano il sapere artigiano di Rometti, e perché proprio quelli definiscono la vostra identità?
Il tornio è sicuramente una delle tecniche che più rappresentano Rometti. Ogni forma nasce dalle mani del ceramista, e proprio questo rapporto diretto con l'argilla conferisce a ogni pezzo un'identità unica. Accanto alla modellazione, un altro elemento fondamentale è la decorazione, che per noi non è un semplice abbellimento finale, ma una parte integrante del progetto. Un esempio significativo è la collezione realizzata nel 2018 con Ugo La Pietra, o la collaborazione con Louis Bottero, giovane street artist francese, per la collezione 2026.
Come scegliete i designer e i collaboratori con cui lavorate, e come si costruisce concretamente il dialogo tra la loro visione e il vostro savoir-faire?
Scegliamo persone che condividano con noi lo stesso concetto di bellezza. In questo percorso il ruolo del nostro direttore artistico, Jean-Christophe Clair, è stato ed è fondamentale. È lui a creare il ponte tra la visione del designer o dell'artista e il nostro savoir-faire, traducendo un'idea in un progetto concretamente realizzabile in ceramica, senza comprometterne la forza espressiva e valorizzando, al tempo stesso, le competenze delle nostre maestranze. Per noi ogni collaborazione deve essere un dialogo, tra la visione del progettista e l’esperienza artigianale. È da questo equilibrio che nascono i progetti migliori.
Ci può raccontare alcune delle collaborazioni che considera più rappresentative di questo equilibrio?
Abbiamo avuto l’onore di lavorare con personalità provenienti da mondi creativi molto diversi, e proprio questa contaminazione rappresenta una delle ricchezze di Rometti. Con Rossy De Palma è nato un dialogo tra arte, personalità e ironia. La sua capacità di trasformare la propria identità in linguaggio espressivo si è tradotta in oggetti dalla forte presenza scenica, perfettamente in sintonia con il carattere della nostra manifattura. La collaborazione con Roberto Capucci è stata invece un incontro naturale tra alta moda e alta manifattura. Le sue forme scultoree, il senso del volume e la ricerca cromatica hanno trovato nella ceramica un mezzo espressivo sorprendente. Con Ugo La Pietra, maestro del design italiano, abbiamo sviluppato una riflessione sul rapporto tra oggetto, architettura e spazio domestico. La collaborazione con Kenzo Takada ha rappresentato un incontro straordinario tra la sensibilità estetica giapponese e la cultura artigianale italiana, dando vita a collezioni caratterizzate da grande equilibrio formale e da una straordinaria ricchezza decorativa.
Il progetto 'Le Mani d'Oro', frutto della visione condivisa tra Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e The Place of Wonders, edito da Librì progetti educativi, mette al centro la trasmissione del sapere artigiano. La storia di Rometti viene inserita tra le dieci storie esemplari rivolte alle giovani generazioni. Cosa significa per Rometti questo tema, e che ruolo vedete per i giovani nell'artigianato di oggi?
Il progetto “Le Mani d'Oro” è particolarmente significativo perché racconta qualcosa che troppo spesso rimane invisibile: il valore delle persone e delle competenze che stanno dietro agli oggetti. Quando si osserva un'opera finita si tende a vedere soltanto il risultato, mentre dietro c'è un patrimonio di gesti, conoscenze e sensibilità costruito in decenni di esperienza. Credo che oggi il sapere artigiano sia uno dei patrimoni culturali più preziosi che abbiamo. Non riguarda soltanto il saper fare, ma anche un modo di pensare il lavoro: con pazienza, responsabilità, precisione e rispetto per la materia. Se perdiamo queste competenze, perdiamo anche una parte importante della nostra identità culturale. Per questo motivo la trasmissione del sapere è uno degli obiettivi che ci siamo dati fin dal mio ingresso, e il Premio Rometti, progetto internazionale dedicato ai giovani artisti e designer promosso dal 2013, dimostra quanto ci stia a cuore questo tema. Ai giovani direi che l'artigianato non appartiene al passato. Al contrario, rappresenta uno dei linguaggi più contemporanei che esistano. In un mondo dominato dall'omologazione e dalla velocità, l'unicità, il tempo e la qualità sono diventati valori sempre più ricercati.