Che rapporto vede oggi tra formazione teorica e pratica di bottega?
Oggi per diventare restauratori è richiesto un percorso teorico molto strutturato, tra scuole e università. È un’impostazione importante, ma rischia di lasciare in secondo piano l’esperienza diretta di bottega, che per me è stata fondamentale. Quando sono arrivato a scuola portavo già con me anni di lavoro manuale, e questo mi ha aiutato enormemente. Io ho conosciuto bene la generazione di artigiani precedente alla mia, erano persone straordinarie che talvolta non sapevano niente a livello teorico ma sapevano fare delle cose pazzesche.
A chi trasmetterà la sua bottega e il suo sapere?
Mio figlio ha provato a seguire le mie tracce: è stato in bottega con me per tre o quattro anni, era appassionato e anche davvero bravo. Per continuare, però, oggi serve un percorso preciso, un titolo, e lui a un certo punto ha scelto un’altra strada.
In realtà, non sarà la mia bottega a sopravvivermi. Lo vedo chiaramente: in questa strada ho visto già chiudere tante realtà. Quello che continuerà è il sapere. In tanti anni di insegnamento ho formato molti giovani, alcuni davvero straordinari, che poi hanno aperto una loro attività. Penso, ad esempio, a Takafumi Mochizuki, un ragazzo giapponese di straordinario talento che si è fatto ben conoscere a Firenze con il nome di Zouganista: qui ha trovato un terreno fertile per appassionarsi e ha sviluppato una sensibilità unica, diventando, a mio avviso, un vero “orafo del legno”. È questo il passaggio più importante: non tanto lasciare una bottega, quanto trasmettere un mestiere. Ancora oggi continuo a insegnare, qui in laboratorio e a scuola, a ragazzi italiani e stranieri che arrivano con il desiderio di imparare.
Lei è specializzato nel restauro del mobile Boulle, un ambito molto raro e complesso. Che cosa significa oggi lavorare su questi oggetti?
Il mobile Boulle ha una lavorazione molto particolare, perché mette insieme materiali diversi – metallo, madreperla, resine, un tempo anche tartaruga e avorio – e richiede un’approfondita conoscenza di ciascuno di essi. Ogni elemento va preparato, sagomato, adattato e poi combinato con gli altri. È un lavoro lungo, che sta diventando sempre più raro, anche a causa della crisi dell’antiquariato: sono diminuiti sia gli oggetti sia gli interventi importanti. Il restauro stesso è cambiato: un tempo era più radicale, oggi invece si tende a essere più conservativi, a intervenire il minimo necessario per garantire la stabilità e la leggibilità dell’opera. In molti casi si tratta di fermare il degrado, più che di riportare il mobile a una condizione “perfetta”. La libertà creativa è limitata, a meno che non ci si sposti su un altro piano, più vicino al design, dove si può reinterpretare l’antico dando nuova vita agli oggetti.
Dopo tanti anni di restauro, ha sentito anche l’esigenza di uno spazio più creativo?
Sì, è un’esigenza che è cresciuta nel tempo. Circa quindici anni fa ho cominciato a realizzare qualcosa di mio, per diletto, e piano piano mi sono accorto di essere troppo legato agli schemi del restauro, a un bagaglio culturale molto forte ma anche, in un certo senso, limitante. Oggi sento il bisogno di “sciogliermi”, di uscire da quei confini e cercare una maggiore libertà espressiva. Non sono un designer, ma mi affascina molto il linguaggio contemporaneo: spesso trovo più stimoli nell’arte contemporanea e nel design che non nell’antiquariato, che pure è stato il mio mondo per tanti anni. Il mio terreno di sperimentazione è diventato l’intarsio: cerco di superare gli schemi tradizionali, di rendere il lavoro più libero, più personale. Negli ultimi anni ho iniziato anche a mescolare materiali diversi, ad esempio abbinando il legno ai vetri cattedrali delle vetrate, proprio per andare oltre i confini del mestiere. Quello che cerco, in fondo, è un’emozione: qualcosa che senta davvero mio e che possa arrivare anche agli altri.
Che futuro vede per le botteghe fiorentine?
In questa strada eravamo quindici botteghe quando sono arrivato, oggi siamo rimasti in tre. È un cambiamento evidente, che racconta quanto sia mutato il contesto dell’artigianato.
Firenze è sempre stata una capitale dei mestieri, con una concentrazione straordinaria di saperi. Forse si sarebbe potuto fare di più per accompagnare questa trasformazione e sostenere il lavoro artigiano, anche rendendolo più sostenibile dal punto di vista burocratico e fiscale. Il nostro è un mestiere che si fonda sulle mani: non può seguire le logiche della grande produzione. Ha bisogno di tempo, attenzione, continuità.
Eppure l’interesse non manca. Posso dirlo con convinzione: molti giovani si avvicinano con passione e desiderio di imparare.
Io sono contento di rappresentare ancora una presenza in questa strada. La mia bottega è rimasta com’era una volta: uno spazio vissuto, segnato dal tempo. A volte penso di cambiarla, di ammodernarla, ma poi mi rendo conto che perderebbe qualcosa. Non sarebbe più, davvero, una bottega.