Nelle Valli Pinerolesi, in un laboratorio al confine del bosco, Andrea Bouquet lavora il legno per dar vita a piccoli mobili raffinati e originali, ispirati al paesaggio naturale e all’architettura rurale. Dopo una lunga esperienza nel restauro ligneo in ambito antiquario, il falegname ed ebanista ha intrapreso un percorso personale, sviluppando un linguaggio originale che coniuga la padronanza delle tecniche classiche con un’innata sensibilità grafica e una spiccata attenzione alla materia. In occasione di Doppia Firma 2026, ci ha raccontato la sua pratica artigiana e la sua ricerca artistica, che si sviluppa in una dimensione di confine - proprio come la sua casa - tra tecnica e istinto, contrasto ed equilibrio, rigore e divertimento.

Qual è stato il tuo percorso professionale?

Volevo fare il falegname fin da piccolo. Non provengo da una famiglia d’arte, ma da bambino mio padre mi portava spesso nelle botteghe degli artigiani delle valli in cui ancora abito: lui andava a trovare gli amici, e io curiosavo, guardavo, pasticciavo. Poi, durante le medie, i miei genitori mi mandarono a lavorare in bottega d’estate. Avevo scelto di iscrivermi a un istituto d’arte lontano da casa, dove sarei dovuto stare tutta la settimana, e giustamente volevano che fossi sicuro. Quell’esperienza ha confermato la mia scelta: ho frequentato l’istituto d’arte, con una maturità artistica incentrata sulla lavorazione del legno, e poi ho anche seguito corsi di specializzazione nel restauro ligneo, che all’epoca consideravo il lavoro più affascinante. Per circa dieci anni ho lavorato in diverse botteghe, occupandomi di restauro di mobili e strutture lignee anche complesse, e alla fine ho aperto la mia bottega di restauro nel 2004.

Non parto quasi mai dal materiale: prima immagino una forma, una dimensione, e poi scelgo il legno più adatto in base alla venatura, alla consistenza, al colore. In questo momento, mi interessa molto la visione cromatica dell’insieme, il contrasto - o anche il non contrasto - tra i materiali. 

Volevo fare il falegname fin da piccolo. Non provengo da una famiglia d’arte, ma da bambino mio padre mi portava spesso nelle botteghe degli artigiani delle valli in cui ancora abito: lui andava a trovare gli amici, e io curiosavo, guardavo, pasticciavo.

Oggi però non ti occupi più di restauro, come mai?

Dopo il 2007 il settore dell’antiquariato è entrato in forte crisi. Una crisi che deriva dall’evoluzione delle tendenze, ma probabilmente anche dallo sgonfiamento di una bolla speculativa: i mobili del Seicento e Settecento avevano raggiunto cifre non più sostenibili e il mercato è crollato. Nel giro di poche settimane, mi sono ritrovato senza lavoro: tutti i miei committenti mi hanno chiamato dicendo che non avevano più niente da affidarmi.

Che cosa hai fatto?

Non ho mai pensato di cambiare mestiere: ho solo continuato a fare quello che sapevo, in modo diverso. Poichè avevo appena comprato casa, ho iniziato costruendo mobili per me, utilizzando quasi esclusivamente legno di recupero accumulato negli anni: vecchi pavimenti, solai, botti, tini per la vinificazione. Usavo quello che avevo, con tecniche semplici e uno stile essenziale. Da lì, piano piano, sono arrivate le richieste di amici e conoscenti, il passaparola, e col tempo ho iniziato a sviluppare un linguaggio più personale, riattivando competenze che già avevo grazie al restauro, ma che non avevo ancora portato nei miei oggetti: tecniche classiche dell’ebanisteria, incastri tradizionali, lavorazioni a intarsio. Ho iniziato a realizzare mobili che sentivo più miei, più personali, procedendo in modo anche istintivo.

Come nasce una tua creazione?

Il mio laboratorio si trova ai margini del bosco, è l’ultima casa della borgata: da lì in poi ci sono solo alberi. La natura è sicuramente lo stimolo principale. Mi interessano le forme degli alberi, ma anche l’intervento dell’uomo in questi contesti: le case in pietra, i tetti, i dettagli dell’architettura rurale che si integra nel territorio. Trovo ispirazione anche grazie ai viaggi - penso ad esempio alle costruzioni Walser della Valsesia - e, più in generale, mi attrae tutto ciò che nasce dall’incontro tra elementi naturali e intervento umano, purché ci sia rigore, coerenza e sensibilità.

Parti dalla funzione, dalla forma o dal materiale?

Non parto quasi mai dal materiale: prima immagino una forma, una dimensione, e poi scelgo il legno più adatto in base alla venatura, alla consistenza, al colore. In questo momento, mi interessa molto la visione cromatica dell’insieme, il contrasto - o anche il non contrasto - tra i materiali. Quanto alla funzionalità, per me non è mai il primo criterio, ma resta un aspetto necessario. Un oggetto completamente inutile non mi interessa. Anche se piccolo o minimale, l’oggetto deve servire a qualcosa.

Questa forte ricerca estetica ha a che fare anche con la tua passione per la grafica?

Sì, probabilmente sì. Nei miei lavori cerco di mettere insieme il rigore della grafica - fatto di moduli, ripetizioni, pattern - con forme più naturali, organiche, quasi antropomorfe. I miei intarsi sono composti da piccoli elementi ripetuti, accostati a volumi più organici. È una combinazione che mi interessa molto.

Cosa ti affascina della grafica?

È una passione nutrita anche dal mio passato nel restauro. Ho lavorato a lungo su mobili barocchi del Seicento e Settecento, oggetti con una componente decorativa molto forte: una sorta di grafica prepotente, molto diversa da quella odierna. In un certo senso, ho “spogliato” quel linguaggio quasi punk, mantenendone le linee principali e virandolo verso qualcosa di più essenziale. Poi mi sono avvicinato anche alle grafiche dei tessuti - pied-de-poule, spigati - applicandole a forme che richiamano il barocco. Sono elementi apparentemente distanti, che cercano un equilibrio nel mio lavoro.

Quest’anno sei stato tra i protagonisti di Doppia Firma, il progetto di Fondazione Cologni che mette in dialogo design e artigianato: come ti ha arricchito il confronto con il designer Arthur Arbesser?

Il dialogo, il confronto, è qualcosa verso cui sono predisposto. L’esperienza con Arthur è stata molto positiva: le sue grafiche e i suoi pattern sono incredibilmente interessanti. Abbiamo parlato poco, ma ci siamo ascoltati davvero. Da quel dialogo è nato il piccolo cabinet “Scacco Matto”. Non è stato semplice realizzarlo - trasformare un disegno bidimensionale in un oggetto tridimensionale comporta molte complessità tecniche - però è stato stimolante, e anche divertente. Per me è fondamentale divertirmi: è proprio in quello spazio, tra progetto e realizzazione, tra rigore e libertà, che il lavoro prende davvero forma.

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