La prossima partecipazione di Angela Florio alla seconda edizione di A Regola d’Arte. Laboratori al Museo e negli Atelier, in collaborazione tra il Museo Poldi Pezzoli e Fondazione Cologni, ci offre l’occasione di incontrarla nel suo atelier milanese e di ripercorrere con lei una ricerca che attraversa decorazione, arte applicata, design e insegnamento. Formata tra cultura artistica, tecnologie digitali e tecniche orientali, Angela ha sempre cercato una via contemporanea, allargando i confini del mestiere e mettendo in dialogo intuizione e metodo. La sua maestria si esprime tanto nella perizia delle mani quanto nella capacità di immaginare nuovi modi di lavorare: dal sistema modulare di DecorAzione al Quadrolibro, fino agli arazzi luminosi Arràs. Una maestra d’arte anche nel pensiero: curiosa, pragmatica e fedele alla piccola rivoluzione da cui tutto il suo percorso è cominciato.

Lei dice che “in questo mestiere ci si nasce”. Da dove comincia la sua storia?

Nella mia famiglia avevo soprattutto figure maschili legate alla logica, all’ingegneria, all’economia. Eppure, fin da piccolissima, sentivo il desiderio di fare una piccola rivoluzione. Avevo la mano facile - sapevo dipingere e disegnare - ma mi affascinavano enormemente la tecnologia, i materiali, le macchine: il mio regalo per i diciott’anni è stato un trapano! Ho riconosciuto solo più tardi quell’eredità familiare come tale. Ho capito che c’è una specie di ingegneria dentro di me: una meccanica unita alla forma, che permette di costruire qualcosa. Sono metodi che valgono nell’arte come in altri lavori, e hanno un nome: creatività.

A ventitré anni ho capito che esisteva un’altra prospettiva, un modo di dipingere e creare completamente diverso dal nostro, come è diversa la scrittura orientale

Mi interessano molto anche le figure capaci di muoversi tra arte e arti applicate, come Vittorio Zecchin, che dipingeva su oro ed è stato uno dei grandi disegnatori di Venini, e Alphonse Mucha, che ha saputo portare il linguaggio artistico nell’arte decorativa e grafica.

Che cosa le hanno dato la formazione allo IED e, in seguito, l’esperienza di San Servolo?

Ho fatto il liceo artistico a Milano e poi ho scelto di iscrivermi non all’Accademia di Brera, ma all’Istituto Europeo di Design (IED), che mi ha fornito gli strumenti culturali - semiologia, sociologia, semiotica - per lavorare con la forma e costruire un progetto, un’immagine coordinata. Poi mi sono appassionata ai sistemi tecnologici: a ventidue anni smanettavo già con Photoshop. Ho visto nascere e scomparire programmi, imparando ad affiancare all’abilità della mano il disegno digitale. Da Milano mi sono poi spostata a Venezia, la città dove sono nata. Mi sono innamorata delle lacche orientali e ho frequentato un corso di laccatura a San Servolo. È stata un’esperienza decisiva: a ventitré anni ho capito che esisteva un’altra prospettiva, un modo di dipingere e creare completamente diverso dal nostro, come è diversa la scrittura orientale.

Da questa apertura nasce un modo non classico di intendere la decorazione. Come prende forma il suo progetto DecorAzione?

Volevo trovare un mestiere che rispecchiasse la mia ricerca e l’ho trovato nell’ornamento, che è trasversale per natura: mi permette di lavorare su un bicchiere, un tessuto, un’automobile o dentro una casa. Ho cominciato con la decorazione classica, il trompe-l’œil, ma fin dall’inizio volevo proporre qualcosa di diverso. Così è nata DecorAzione: “decor” e “azione”, una decorazione in movimento. L’idea era non restare dentro un unico ambito, ma spostarsi da un settore all’altro, mantenendo però la stessa identità e la stessa visione. La mia pratica si basa su un sistema modulare: arte, interior, design e formazione. Le competenze possono passare da un ambito all’altro, seguendo i cambiamenti del mercato, senza però perdere mai il punto di partenza artistico. Anche per questo, ho sempre cercato di tenere insieme ricerca e concretezza: reinvestivo una parte di ciò che guadagnavo in attrezzature e materiali, per poter sperimentare e proporre nuove soluzioni. La mia economia è circolare, è un castello errante.

Alcune importanti collaborazioni con il mondo del lusso, della moda e del design le hanno dato strumenti che l’hanno aiutata a plasmare la sua identità artistica e imprenditoriale. Che cosa ha imparato?

Ho realizzato per anni le vetrine delle boutique di Pomellato, dove seguivo il lavoro dall’idea fino alla produzione, e persino alla logistica! Ho imparato a progettare tenendo insieme composizione, tempi e fattibilità. Nella moda, lavorando sul tessuto e sugli allestimenti, ho scoperto quanto un’idea potesse cambiare supporto e contesto senza perdere la propria identità. In seguito ho lavorato come art director per un’azienda tessile, occupandomi soprattutto di metodo e sviluppo del prodotto. È stata un’esperienza importante: la creatività ha bisogno di un sistema che permetta alle idee di diventare oggetti, con attenzione ai materiali, alle persone e alla produzione. Dopo queste esperienze sono tornata a lavorare principalmente nel campo della decorazione e degli interni. È un ambito in cui la ricerca può incontrare esigenze concrete e in cui hanno preso forma molti dei miei progetti più recenti.

Nel 2003 ha inventato il Quadrolibro. Come nasce l’idea di un’opera che si può piegare e portare con sé?

Il Quadrolibro è uno dei prodotti che amo di più: un’opera per viaggiatori erranti. Io vengo da Venezia, dalla luce bizantina, dall’acqua, dal vetro e dal metallo che riflette e muta e porto con me questa fascinazione per il cambiamento, che introduce la quarta dimensione, quella temporale. All’epoca facevo quadri sempre più grandi, ma mi chiedevo dove metterli. Così ho pensato di scomporli in moduli, ispirandomi alle mappe geografiche del Cinquecento. I pannelli si ripiegano in una scatola: posso conservarli e portarli con me. Uso carta e tessuto termoadesivo, un materiale impiegato anche nella moda. Mi interessa riprendere l’ingegno delle tecniche antiche e applicarlo con materiali contemporanei. Parto da immagini e fotografie, ne ricalco i contorni e costruisco la composizione attraverso la stampa e il lavoro manuale. Possono intervenire la gommalacca e la foglia oro. Il risultato è un quadro che non è un quadro: si chiude, cambia forma, si muove. Anche il metallo usato per la decorazione cambia con la luce del giorno. Per questo lo considero un’opera che supera i confini dell’oggetto tradizionale: un’opera quantica.

La ricerca sulla luce prosegue con gli Arràs, mentre il suo lavoro comprende anche interventi decorativi più tradizionali. Come convivono questi due aspetti?

Gli Arràs sono arazzi in tessuto che integrano la fibra ottica. Ho scoperto questo materiale su una rivista e ho cominciato a immaginare come trasformarlo in una superficie decorativa. Mi aveva ispirata una mostra sugli arazzi medicei disegnati dal Bronzino: ho pensato che avrei potuto riprendere quella tradizione con un materiale contemporaneo. Gli Arràs cambiano con la luce: vivono spenti e accesi, e durante la giornata mostrano aspetti diversi. Mi piace questa trasformazione, quasi metafisica, che mette in gioco la percezione di chi guarda. Accanto a questa ricerca ci sono anche committenze più classiche, come la decorazione del soffitto del Teatro Gerolamo a Milano. Per realizzarlo ho preparato un sistema modulare di cartoni: un solo elemento, traslato e ripetuto, mi ha permesso di costruire una decorazione complessa, mantenendo tempi e dimensioni sotto controllo. È lo stesso metodo che mi identifica: progettare in piccolo qualcosa che, una volta composto, diventa grande.

Quali sono i riferimenti artistici che accompagnano la sua ricerca?

Parto dal mondo orientale e dal Novecento. Il mio maestro è De Chirico, la sua visione metafisica; amo i surrealisti, soprattutto quelli più grafici come Magritte, e le avanguardie storiche, che hanno rivoluzionato il modo di vedere le dimensioni. Quando ho un dubbio, torno a guardare quegli artisti, le loro opere e le loro storie. Mi interessano molto anche le figure capaci di muoversi tra arte e arti applicate, come Vittorio Zecchin, che dipingeva su oro ed è stato uno dei grandi disegnatori di Venini, e Alphonse Mucha, che ha saputo portare il linguaggio artistico nell’arte decorativa e grafica. È anche la mia missione: dimostrare che l’ornamento, se sostenuto dalla ricerca e da un pensiero, ha una sua importanza artistica. Mi interessa il craft design e tutto ciò che permette di portare le tecniche e i linguaggi del passato verso quello che sarà.

Che cosa significa, per lei, tramandare un sapere?

I nostri sono mestieri che vanno tramandati: tutto il sapere che abbiamo esiste perché qualcuno l’ha raccontato. Insegno arti e mestieri, applicando tecniche antiche alla contemporaneità, sia attraverso corsi privati nel mio atelier sia in realtà esterne come l’Accadademia di Belle Arti di Macerata e la Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri a Milano. Amo il dialogo, e amo tirare fuori il meglio di ognuno: è una capacità che viene dalla pittura, dal cogliere cose che altri non vedono. Nel mio atelier arrivano persone con domande e dubbi. Alcune seguono percorsi di anni, altre partecipano a corsi sulla foglia d’oro, sul colore o sul textile design. A volte il percorso continua in modo personale, perché per creare serve anche un luogo: qui si può sporcare, meditare, guardare. Per me essere maestra significa proprio questo: condividere un sapere e aiutare gli altri a trovare il proprio modo di esprimersi.

 

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