Oggi però non ti occupi più di restauro, come mai?
Dopo il 2007 il settore dell’antiquariato è entrato in forte crisi. Una crisi che deriva dall’evoluzione delle tendenze, ma probabilmente anche dallo sgonfiamento di una bolla speculativa: i mobili del Seicento e Settecento avevano raggiunto cifre non più sostenibili e il mercato è crollato. Nel giro di poche settimane, mi sono ritrovato senza lavoro: tutti i miei committenti mi hanno chiamato dicendo che non avevano più niente da affidarmi.
Che cosa hai fatto?
Non ho mai pensato di cambiare mestiere: ho solo continuato a fare quello che sapevo, in modo diverso. Poichè avevo appena comprato casa, ho iniziato costruendo mobili per me, utilizzando quasi esclusivamente legno di recupero accumulato negli anni: vecchi pavimenti, solai, botti, tini per la vinificazione. Usavo quello che avevo, con tecniche semplici e uno stile essenziale. Da lì, piano piano, sono arrivate le richieste di amici e conoscenti, il passaparola, e col tempo ho iniziato a sviluppare un linguaggio più personale, riattivando competenze che già avevo grazie al restauro, ma che non avevo ancora portato nei miei oggetti: tecniche classiche dell’ebanisteria, incastri tradizionali, lavorazioni a intarsio. Ho iniziato a realizzare mobili che sentivo più miei, più personali, procedendo in modo anche istintivo.
Come nasce una tua creazione?
Il mio laboratorio si trova ai margini del bosco, è l’ultima casa della borgata: da lì in poi ci sono solo alberi. La natura è sicuramente lo stimolo principale. Mi interessano le forme degli alberi, ma anche l’intervento dell’uomo in questi contesti: le case in pietra, i tetti, i dettagli dell’architettura rurale che si integra nel territorio. Trovo ispirazione anche grazie ai viaggi - penso ad esempio alle costruzioni Walser della Valsesia - e, più in generale, mi attrae tutto ciò che nasce dall’incontro tra elementi naturali e intervento umano, purché ci sia rigore, coerenza e sensibilità.
Parti dalla funzione, dalla forma o dal materiale?
Non parto quasi mai dal materiale: prima immagino una forma, una dimensione, e poi scelgo il legno più adatto in base alla venatura, alla consistenza, al colore. In questo momento, mi interessa molto la visione cromatica dell’insieme, il contrasto - o anche il non contrasto - tra i materiali. Quanto alla funzionalità, per me non è mai il primo criterio, ma resta un aspetto necessario. Un oggetto completamente inutile non mi interessa. Anche se piccolo o minimale, l’oggetto deve servire a qualcosa.
Questa forte ricerca estetica ha a che fare anche con la tua passione per la grafica?
Sì, probabilmente sì. Nei miei lavori cerco di mettere insieme il rigore della grafica - fatto di moduli, ripetizioni, pattern - con forme più naturali, organiche, quasi antropomorfe. I miei intarsi sono composti da piccoli elementi ripetuti, accostati a volumi più organici. È una combinazione che mi interessa molto.
Cosa ti affascina della grafica?
È una passione nutrita anche dal mio passato nel restauro. Ho lavorato a lungo su mobili barocchi del Seicento e Settecento, oggetti con una componente decorativa molto forte: una sorta di grafica prepotente, molto diversa da quella odierna. In un certo senso, ho “spogliato” quel linguaggio quasi punk, mantenendone le linee principali e virandolo verso qualcosa di più essenziale. Poi mi sono avvicinato anche alle grafiche dei tessuti - pied-de-poule, spigati - applicandole a forme che richiamano il barocco. Sono elementi apparentemente distanti, che cercano un equilibrio nel mio lavoro.
Quest’anno sei stato tra i protagonisti di Doppia Firma, il progetto di Fondazione Cologni che mette in dialogo design e artigianato: come ti ha arricchito il confronto con il designer Arthur Arbesser?
Il dialogo, il confronto, è qualcosa verso cui sono predisposto. L’esperienza con Arthur è stata molto positiva: le sue grafiche e i suoi pattern sono incredibilmente interessanti. Abbiamo parlato poco, ma ci siamo ascoltati davvero. Da quel dialogo è nato il piccolo cabinet “Scacco Matto”. Non è stato semplice realizzarlo - trasformare un disegno bidimensionale in un oggetto tridimensionale comporta molte complessità tecniche - però è stato stimolante, e anche divertente. Per me è fondamentale divertirmi: è proprio in quello spazio, tra progetto e realizzazione, tra rigore e libertà, che il lavoro prende davvero forma.