La Bottega Artigiana Metalli nasce a Nuoro per raccontare nuovi scenari nella produzione artistica manuale. Il metallo non è solo elemento strutturale, ma viene rivisitato e scoperto nei suoi aspetti materici e tattili, tra arte, artigianato e design. Vittorio Bruno coniuga sapientemente la tradizione artigiana ereditata dal padre, che tuttora lavora con lui e il fratello in bottega, con l’innovazione contemporanea del design, della progettazione d’interni e dello studio della luce, per dare vita a progetti modernissimi, nei quali si rispecchia l’amore per la manualità e il savoir-faire artigiano.

Qual è la sua storia?

Sono di Nuoro, classe 1977, il mio percorso di formazione, sia didattico sia professionale, non può che iniziare dalla mia città: la mattina al liceo, il pomeriggio in bottega di famiglia.

L’università mi porta a Milano, dove seguo il corso di laurea in Disegno Industriale al Politecnico; dopo il triennio mi specializzo nell’illuminotecnica.

In questi due anni due momenti fondamentali hanno arricchito la mia formazione: un periodo in Portogallo dove ho frequentato l’Università di Matosinhos (Porto) e un tirocinio a Bologna, nell’incredibile realtà progettuale e d’impresa di Viabizzuno, sotto la direzione artistica del maestro Mario Nanni, poeta della luce.

Dopo queste esperienze, che mi hanno formato molto, torno in Sardegna dove vivo e lavoro da 15 anni. Mi sento designer e artigiano.

Essere figli di un artigiano porta inevitabilmente a respirare l’aria della bottega, a rapportarsi con gli strumenti del mestiere e a carpirne le tecniche

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Ho un bellissimo rapporto con il mio territorio. Qui è un posto fantastico, amo la nostra natura con i suoi monti, il mare, e tutto ciò che ci vive e ne fa parte. Amo la nostra cultura e le nostre tradizioni, i nostri vestiti, la nostra lingua, la nostra musica e il nostro cibo.

Quanto ha influito la sua formazione nella scelta di questo lavoro?

Quello che maggiormente ha influito è stato il nascere e crescere in una realtà in cui il metallo e la vita di bottega ti sono intorno, o ancora meglio, ci sei dentro.

Casa nostra era sopra un laboratorio dove mio nonno e tutti i suoi figli ogni giorno producevano oggetti per me incredibili, ed ero circondato da suoni e odori di metalli.

Essere figli di un artigiano porta inevitabilmente a respirare l’aria della bottega, a rapportarsi con gli strumenti del mestiere e a carpirne le tecniche. Col tempo e grazie alla scelta del percorso di studi nel settore del design è maturata poi la consapevolezza che la quotidianità della bottega poteva essere il punto di partenza per un nuovo cammino: l’artigianato poteva e doveva fondersi con il design, ma in maniera naturale, rispettando l’anima della bottega.

Cos’è BAM? Quando e perché nasce?

BAM, Bottega Artigiana Metalli, è fatta da designer che si sporcano le mani e da artigiani che le mani le fanno pensare. È un progetto innovativo di artigianato contemporaneo che sfugge alle definizioni standard tipicamente riferite al settore dell’arte, dell’artigianato e del design.

BAM, suono del martello sull’incudine, si distingue per l’originale modo di intendere la procedura manuale in funzione della ricerca stilistica e, viceversa, la progettazione in relazione alla qualità della manifattura.

Specializzata da sempre nella progettazione e nella lavorazione di metalli come l’acciaio, il ferro, il rame e l’ottone, ha unito la progettazione e la produzione in una interazione e contaminazione con altri materiali, che ne rappresentano comunque l’identità e ne condividono il linguaggio: legno e sughero, ceramica, tessuti, fibre, pelletteria, vetro. Si è instaurato così un dialogo aperto e di confronto continuo tra progettisti ed interpreti dell’arte, e tra le varie competenze artigiane del territorio.

BAM viene fondata da mio padre Tonino, che portava avanti il lavoro iniziato da suo nonno nell’Ottocento, insieme a me e mio fratello Andrea.

L’insieme di competenze, abilità ed esperienze di famiglia hanno dato origine a un percorso dinamico e innovativo, nella visione di un nuovo artigianato sardo.

Qual è la sua fonte di ispirazione?

Sono molteplici: tra le più forti c’è la cultura, il paesaggio e il micromondo in cui vivo, che chiaramente ha su tutto una forte influenza.

Cerco sempre di spingere il mio sguardo lontano, e di avere una visione ampia di ciò che mi circonda, anche in contrapposizione all’insularità e al senso di chiusura propri di una terra circondata dal mare, una reazione che mi porta a guardare oltre il Mediterraneo.

Anche il mondo del design ha un ruolo importante: guardare il lavoro di grandi maestri, di altri artigiani o designer è sempre stimolante, anche per cercare di capire in che direzione si vuole andare e quale percorso si sia intrapreso.

La condivisione di diversi percorsi progettuali è uno dei concetti che sta alla base della nostra filosofia, a cui teniamo particolarmente. Siamo una bottega aperta, accettiamo e ricerchiamo continuamente contaminazioni culturali, dialogo, confronto e interazione: crediamo sia il modo migliore per crescere ed elevare la qualità del lavoro di ognuno.

Ci racconta il processo di ideazione, progettazione e realizzazione di un’opera?

Non c’è un processo standard, o dei passi da seguire che guidano in maniera omologata il lavoro:

ogni volta è diverso.

A volte si parte da uno schizzo, da un segno su un foglio bianco, o da qualche linea sullo schermo del computer: si prova a definire, calcolare, simulare, si immaginano le finiture e si valutano le proporzioni. Poi c’è sempre il passaggio in officina, dove il confronto tra materia, tecniche e incognite definisce il progetto.

A volte invece il processo è completamente inverso, parte al contrario, in officina: da una lavorazione sbagliata, da un effetto non voluto o dall’intuizione di qualcosa mentre si ha il materiale tra le mani, mentre si prova a creare.

Nel processo creativo il pensiero progettuale e la ricerca di un possibile equilibrio tra forma e funzione sono sempre presenti, come una guida alla base di tutti i lavori.

Come si combinano progettualità e artigianalità nelle sue creazioni?

Sono strettamente collegate, in un rapporto di estrema armonia. Avere in mente ciò che si vuole fare, e saperlo poi realizzare fa sì che diventi molto naturale avere un certo equilibrio.

Nel nostro caso artigianalità e progettualità hanno compiti diversi ma complementari, sono fratelli: io mi occupo maggiormente della produzione, e ho quindi un maggiore approccio tecnico e manuale, mentre mio fratello Andrea segue di più la parte progettuale, grazie anche all’utilizzo di software di settore.

Qual è l’opera più stravagante, originale che ha realizzato?

Il BOE.

Nasce da un’intuizione e dalla volontà di fondere insieme campanaccio e animale. È il primo vero oggetto derivante dalla ricerca tra design e artigianato.

Questa fusione del tutto spontanea, legata alla simbiosi dei due elementi, racconta attraverso suono e forma la storia di un luogo. Per noi è la Sardegna, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo, potrebbe essere una storia del tutto personale, connessa al ricordo che ognuno di noi ha, legato alla terra, alla campagna, all’animale.

Il suono che il BOE emette è un suono che ci appartiene. Chi viene in Sardegna, da lontano, e si porta un BOE a casa, dopo mesi può scuotere forte il campanaccio: chiudendo gli occhi si ritroverà di nuovo con la mente in qualche stradina di campagna della nostra isola.

Che rapporto ha con il territorio? Come e quanto influisce nelle sue creazioni?

Ho un bellissimo rapporto con il mio territorio. Qui è un posto fantastico, amo la nostra natura con i suoi monti, il mare, e tutto ciò che ci vive e ne fa parte. Amo la nostra cultura e le nostre tradizioni, i nostri vestiti, la nostra lingua, la nostra musica e il nostro cibo.

Tutto questo influisce su quello che faccio, che penso, e che provo a trasferire nei miei progetti.

Lei è designer, artista e artigiano. Oggi vediamo sempre più giovani che si approcciano al design e meno alla manualità, tipica del mestiere. Crede che ci siano ragazzi che vogliano “sporcarsi” le mani, avvicinandosi al suo lavoro?

Credo proprio di sì.

Però credo anche che manchino delle strutture o delle scuole dove poter insegnare, proporre e far conoscere l’artigianalità contemporanea, una nuova riscoperta della manualità e del design.

Un luogo in cui i giovani possano essere invogliati al confronto con i vari materiali e mestieri. Non mi immagino una scuola professionale, ma piuttosto una sorta di università dell’artigianato, dove imparare sia le tecniche che una valida cultura del progetto. Una realtà in cui non solo giovani ragazzi, ma anche chi è già designer e vuole fare auto produzione possa trovare una giusta dimensione per crescere e imparare.

Chiaramente ci vuole molta forza di volontà per portare avanti questo nuovo mestiere che attinge alla tradizione e allo stesso tempo è fortemente contemporaneo, ma non bisogna avere paura di sporcarsi o di essere stanchi fisicamente. Credo che la percezione della fatica sia strettamente collegata a quanto ti piace il lavoro che fai: più sei appassionato e coinvolto, più ami il tuo lavoro, meno ti sentirai stanco e la fatica sarà più facilmente alleviata.

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