La bottega artigiana di Bruno e Simone Peron si trova in uno dei luoghi più suggestivi della città di Bologna.

Dalla vetrina si può ammirare l'imponente basilica di San Francesco, con le antistanti tombe dei Glossatori, che furono i primi commentatori dei testi di diritto romano dell'Alma Mater, l'università più antica d'Europa.

In questa piazza si respira la Storia, che affonda le proprie radici all'esterno della calzoleria, con oltre quarant'anni di premiata attività alle spalle, facendole penetrare all'interno, dove i profumi di cuoio si alternano alle fragranze lignee emanate dalle forme realizzate a mano e custodite negli arredi d'epoca, che consolidano l'impressione di trovarsi in un museo dell'arte tutelata da un altro santo, quel Crispino che in vita fu calzolaio come loro, il “vecchio” Bruno e il “quasi” giovane Simone, padre e figlio, tra gli ultimi custodi della grande tradizione bolognese. La bottega è meta di clienti locali esigenti, acculturati e appassionati del prodotto, ai quali si uniscono gli amanti del bespoke richiamati da altre città italiane e anche dall'estero. Chi visita Bologna sa dove recarsi per acquistare un paio di calzature da uomo fatte su misura, scegliendo di persona materiale, modello e costruzione: va in “pellegrinaggio” da Peron e Peron. Qui si parte dalla misurazione del piede, necessaria per la realizzazione della forma sulla quale comincia a prender vita la scarpa, con l'utilizzo di pelli preziose: coccodrillo, razza, vitello prima scelta e il celebre Cordovan, culatta di cavallo nordamericano, che si abbellisce con il passar del tempo. Ogni paio è un pezzo unico, interamente realizzato a mano. Dietro la bottega si apre la “tana” del calzolaio. Qui Simone, quand'era ragazzo, imparò lentamente e testardamente i segreti dell'arte posseduta dal padre.

Innovare senza mai dimenticare la tradizione, curare al 100% tutto ciò che il cliente esige, entrare in feeling con lui e possibilmente all'interno della sua casa, della sua vita, per potergli offrire sempre il consiglio giusto, la soluzione che lo fa star bene e lo gratifica.

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Credo nell'ideale di bottega artigiana rinascimentale, localizzata nei centri delle città, perché tradizione e centro storico sono sempre andati d'accordo. Il futuro, per chi vuole fare bene questo mestiere, ergendosi a custode della tradizione, è assolutamente roseo.

Come hai appreso i segreti dell'arte calzaturiera?

Faccio questo mestiere da quando avevo diciassette anni. A scuola ero stato bocciato per via del pessimo rapporto con uno dei professori e allora il babbo mi disse: in questa casa non si sta senza far nulla, domattina ti alzi alle sei e vieni con me in bottega. Il babbo è un vero maestro d'arte, che significa essere al tempo stesso “maestro di vita”, perciò mi affidò ai suoi collaboratori affinché non fossi considerato il figlio del titolare bensì un comune garzone di bottega. Tutto quello che dovevo apprendere me lo insegnò un altro maestro d'arte, Pietro Draghetti, insignito del titolo di Lesina d'Oro nel 1947. Una volta compreso che quella era la persona giusta per conoscere i segreti del mestiere, abbasso la testa, lascio la ragazza con cui stavo da qualche tempo e riduco ai minimi termini la frequentazione degli amici. Passo un anno e mezzo a lavorare come un pazzo, dalle otto del mattino alle quattro di notte, sette giorni su sette, fino a ottenere i primi risultati. Poi altri tre anni e mezzo di “vero” insegnamento finché, dopo cinque anni di apprendistato, Draghetti mi consegna il “suo” diploma dicendomi: finalmente l'allievo è diventato maestro. Fu allora che mio padre cambiò il nome della bottega in “Peron e Peron”, naturalmente precisando che lui è il Peron di sopra, io quello di sotto e che la “e” di congiunzione spetta a mia madre.

I segreti dell'arte del calzolaio?

Innovare senza mai dimenticare la tradizione, curare al 100% tutto ciò che il cliente esige, entrare in feeling con lui e possibilmente all'interno della sua casa, della sua vita, per potergli offrire sempre il consiglio giusto, la soluzione che lo fa star bene e lo gratifica. Le caratteristiche tecniche necessarie sono l'altissima manualità e l'immaginazione: per costruire una scarpa devi essere in grado di vederla già realizzata nella fase successiva, affinché il prodotto finale non sia soltanto bello ma anche confortevole, perché la comodità rappresenta il plus di una calzatura fatta a mano e su misura. Occorre infine tanta umiltà, perché il calzolaio sa che ogni qualvolta realizza un paio nuovo sta imparando qualcosa, perché l'imprevedibilità del risultato dipende in parte dal materiale, essendo ciascuna pelle differente dall'altra, e in parte dalla forma, anch'essa pezzo unico in quanto creata su misura per il cliente. Un tempo spettava alle scuole custodire e tramandare queste regole... Oggi purtroppo le scuole sono scomparse e in attività restano pochissimi maestri, come mio padre, sufficientemente padroni di questo mestiere per il fatto che riescono a superare la difficoltà ogni qualvolta essa si presenti. In più, mi sembra che regni una certa confusione sul significato stesso della lavorazione artigianale, di cui si sono appropriati i grossi brand, che quelle regole non le conoscono, ma sono stati bravissimi a disegnarne delle altre attorno alla “comodità” della loro comunicazione.

Tirolese, Bologna, Goodyear, Norvegese... qual è la costruzione più difficile per una scarpa fatta a mano?

Fino allo scorso ottobre avrei pensato che la più complessa in assoluto fosse quella a tripla cucitura, con punti sottili applicati a un pellame “pezzo intero” (tomaia ricavata da un unico taglio di pellame, senza giunture, ndr) di spessore basso, perché più la pelle è sottile e più aumenta la necessità di precisione. Proprio in quel mese fui invitato a un evento per il 50° anniversario dei calzolai parmensi e in tale occasione incontrai colui che considero un autentico genio della calzatura, il giapponese Kota Kishi, assieme al quale studiammo una costruzione talmente complessa che nessuno dei due, singolarmente, sarebbe mai riuscito a realizzare. Si trattava sempre di un pellame a pezzo intero, in questo caso applicato a un modello di altezza superiore, un polacchino, con una lavorazione della scuola basata su un esemplare del 1954, realizzato da uno sconosciuto maestro inglese, che avevo visto tempo fa al museo della calzatura di Tokyo, dov'è custodita con le stesse attenzioni che si riservano a una reliquia. Quella cucitura non ha un nome, è il risultato di una creazione artistica che si sviluppa “di traverso”, quasi fosse una sorta di cicatrice che corre lungo la scarpa, risultato di due cuciture che corrono parallele incrociandosi nella parte superiore. Facile a dirsi, ma a farsi... Ci avevo impiegato un anno e mezzo per realizzare alla perfezione non il primo paio, ma la prima delle due scarpe che lo compongono, senza mai rompere il filo e senza che emergessero difetti. Assieme a Kota siamo riusciti a ottenere il risultato completo. Oggi per me quella è la costruzione più difficile in assoluto, domani chissà... Se perderò la passione continuerò a pensarla così, se invece continuerò lo studio sono certo che qualche altra pazzia salterà fuori!

Che futuro immagini per la tua bottega?

Questi anni di crisi – che in parte è la conseguenza di un periodo di eccessi, aumentati fino a causare la saturazione – hanno rafforzato i “puri”, che non hanno paura della recessione, sono disposti a lottare e a confrontare il proprio prodotto con quello realizzato da altri. I “puri” non hanno bisogno della continua ricerca di nuove location né di rinnovare la loro immagine. Credo nell'ideale di bottega artigiana rinascimentale, localizzata nei centri delle città, perché tradizione e centro storico sono sempre andati d'accordo. Il futuro, per chi vuole fare bene questo mestiere, ergendosi a custode della tradizione, è assolutamente roseo.