Il laboratorio di argenteria De Vecchi è nato a Milano alla fine degli anni Trenta.

Matteo De Vecchi, esponente della terza generazione di argentieri ripercorre la storia della famiglia e di questa straordinaria bottega, che nel 2010 è stata acquisita dalla gioielleria Vhernier.

Come è nata la De Vecchi?

Il nome completo della nostra azienda è De Vecchi Milano 1935, perché risale proprio a quell'anno la formazione della prima società, da parte di mio nonno Piero: lui aveva una grandissima abilità nell'incisione a mano e a bulino. Negli primi anni Sessanta l'azienda è passata a mio padre Gabriele, cui siamo subentrati mio fratello e io alla fine degli anni Novanta; e il futuro della De Vecchi sarà sviluppato insieme a Vhernier, che ha rilevato la quota di maggioranza nel 2010. Abbiamo infatti capito che se vogliamo continuare a produrre i nostri oggetti avremmo dovuto rivolgerci a un partner di rilievo, già presente nel mondo del lusso di alto livello, sviluppando insieme nuove strategie e nuovi prodotti. L'azienda è sempre stata molto legata alle due personalità principali che l'hanno creata, cioè mio nonno e mio padre.

Uno dei suoi pezzi più famosi di mio nonno si chiama T8: prende il nome proprio dall'ottava Triennale di Milano del 1947. È diventato dal 1997 un nostro grande successo commerciale.

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Mio padre aveva sempre frequentato il laboratorio: già dopo la scuola veniva a realizzare dei piccoli lavoretti.

Ci racconti di suo nonno.

Mio nonno aveva imparato molto bene il mestiere durante gli anni, attraversando diverse fasi nel suo lavoro: durante il fascismo si era quasi obbligati a lavorare materiali diversi dall'argento, un po' perché era molto caro e un po' perché si volevano nobilitare materiali nuovi come l'alluminio. Mio nonno quindi usava e sviluppava la sua tecnica su materiali diversi. Dagli anni Cinquanta, con il grande sviluppo industriale del dopoguerra, c'è stata una specializzazione sull'argento: la produzione si è concentrata su quei metalli preziosi che non potevano avere un futuro nell'industria di serie, ma che avevano bisogno delle mani esperte di artigiani. Accanto alla lavorazioni di tipo tradizionale mio nonno aveva una forte propensione per la ricerca: è documentata la sua partecipazione a una mostra futurista del 1933, con un oggetto che si chiamava oblò.
Lui cercava di andare oltre il mercato da bottega, per sviluppare forme e oggetti che pur non avendo mercato appagavano il suo occhio e la sua sensibilità. Ha partecipato alle Triennali che si tenevano a Milano dal 1936 fino al 1963, cercando di legare le sue esperienze a una attività di ricerca, consapevole di quello che stava accadendo nel mondo del design e dell'architettura. Del 1956 è la realizzazione da parte di mio nonno di un servizio da caffè disegnato da Gio Ponti e commissionato dalla Calderoni Gioielli. Uno dei suoi pezzi più famosi si chiama T8: prende il nome proprio dall'ottava Triennale di Milano del 1947. È diventato dal 1997 un nostro grande successo commerciale.

E suo padre?

Mio padre è stato "quasi" obbligato a seguire le orme di mio nonno: a quell'epoca, se il papà aveva un'attività, il figlio la proseguiva senza discutere troppo. Mio padre aveva sempre frequentato il laboratorio: già dopo la scuola veniva a realizzare dei piccoli lavoretti. Mio nonno ha voluto che studiasse a Brera e lì probabilmente ha imparato sui libri tutto quello che aveva già imparato in laboratorio, come gli stili e i vari elementi decorativi, la composizione e le forme. Mio padre ha partecipato all'attività artistica con il gruppo T (dove T sta per tempo) tra il '59 e il '65; poi è sempre andato avanti con la sua ricerca artistica, parallelamente all'attività di argentiere. Dal 1962 era infatti lui il titolare dell'azienda. Ha sviluppato nel suo lavoro la cultura del progetto propria del design di quegli anni, riflettendo sull'idea della riproduzione seriale e sul lavoro in atelier con prodotti realizzati a mano con somma maestria, destinati a pochissimi clienti. Fino alla fine degli anni Sessanta ha portato avanti l'azienda con la stessa metodologia del padre, sopratutto grazie al tessuto di vendita che era ormai consolidato nel tempo. Nel corso degli anni inizia a inserire alcune collezioni che hanno alla base una metodologia progettuale diversa, curando non l'attenzione verso il pezzo singolo ma creando un linguaggio comune, come la collezione realizzata interamente in lastre tornite. Mio padre ha inoltre lavorato tanto sul concetto di specchiatura dell'argento, inventando un codice che comprendeva anche l'ambiente in cui veniva poi sistemato l'oggetto: in sede abbiamo il "tunnel della specularità" che spiega questo concetto meglio di molte parole.

E di lei cosa racconta?

Nel 1997 c'è stata questa mostra alla Triennale di Milano che si chiamava "la lingua degli specchi", ed è stato un momento importante per fare il punto della situazione: ho conosciuto meglio il lavoro di mio nonno che era rimasto per anni nascosto, e insieme a mio padre e mio fratello abbiamo capito che era in atto un cambiamento e che non si poteva continuare sulla strada che avevamo percorso fino ora. Abbiamo capito che sarebbe stato importante far evolvere il nostro "codice" in una "marca" che portasse i nostri valori verso i clienti. Ci siamo anche appoggiato a studi di consulenza strategica esterni per per sviluppare la nostra identità di marca del design. Abbiamo lavorato con nuovi e giovani designer che poi sono diventati molto conosciuti come i Fratelli Bouroullec, Patricia Urquiola, Jean Marie Massaud, sviluppando un'esperienza molto significativa, anche se ci siamo resi conto che disegnare per il mondo dell'argento è molto difficile, essendo molto condizionante, soprattutto sulla componente del costo, il “fattore” metallo prezioso.
Dal 2008 abbiamo iniziato a risentire della crisi economica e della crisi della cultura dell'argento; abbiamo quindi deciso di sviluppare il brand su altri tipi di prodotti e altri tipi di materiali, impiegando la nostra esperienza con l'argento per il mercato del lusso, dove i clienti e i canali di distribuzione riconoscono e ricercano pezzi unici, lavorati a mano. In questa fase ci sarà sicuramente di aiuto Vhernier, con il suo canale esclusivo di distribuzione e con lo sviluppo delle strategie comuni.

Come si sono evoluti nel corso delle diverse generazioni i vostri clienti?

Diciamo che ai tempi del nonno i clienti erano per di più le famiglie borghesi di Milano: già se uno diceva che veniva da Pavia sembrava che avesse fatto un viaggio lunghissimo! Con mio padre invece il giro di clienti si è ampliato, fino ad arrivare a comprendere tutta la Lombardia e l'Italia. Noi stiamo cercando di elaborare una strategia che ci permetta di allargare la nostra distribuzione soprattutto verso l'estero, cercando di comunicare con diverse tipologie di clienti.