Lino Sabattini è un artigiano di altri tempi. I suoi oggetti, caratterizzati da una forma leggera ed elegante,

attraversano una ricerca che è attiva da più di cinquant'anni e sono esposti in importanti musei internazionali.

Sabattini, quando ha iniziato la sua attività?

Ho aperto la mia fabbrica a Bregano nel 1964, ma già durante la Guerra avevo iniziato a lavorare in bottega.

Quindi oltre la bottega non ha mai frequentato una scuola di design?

Trovo che la bottega sia spesso migliore di una scuola, perché c'è la possibilità di fare e di imparare, a volte anche sbagliando. “Design” poi è un nome molto recente: ai miei tempi si chiamava disegno industriale. Io ho iniziato in una bottega, tagliando forme decorative da lamiere di metallo; tutti i giorni facevo a piedi da Blevio a Como per andare a lavorare.

Trovo che la bottega sia spesso migliore di una scuola, perché c'è la possibilità di fare e di imparare, a volte anche sbagliando.

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Quando è avvenuto invece il passaggio dalle commissioni agli oggetti realizzati per lei?

Quando mi sono trasferito a Milano ho preso in affitto un piccolo laboratorio davanti al Vigorelli, dove realizzavo gli oggetti che mi venivano commissionati e dove ho iniziato a realizzare anche delle forme che progettavo io stesso. Questi oggetti sono poi finiti sulla scrivania di un mio amico che lavorava nello studio di Ponti: quando Giò Ponti li vide, volle sapere chi li aveva realizzati. Venne lui stesso a farmi visita, nel mio laboratorio. Con Ponti sono stato anche a Parigi, insieme a Bruno Munari, Fausto Melotti, Salvatore Fiume.

Lei che ha sempre lavorato con le "mani" come considera l'utilizzo delle nuove tecnologie?

La tecnologia non è mai stata un problema, né un elemento cui davo troppa attenzione: io ho sempre lavorato sulle forme, e adesso posso pensare e realizzare delle forme che una volta non mi sarei mai sognato di fare, perché avrebbero avuto una produzione troppo lunga e costosa. Oggigiorno troppo spesso si pensa che la tecnologia sia un valido sostituto della creatività, senza considerare che non sempre è importante come lo facciamo ma che cosa facciamo.

Come gestisce il difficile rapporto tra la tecnica della mano e la creatività della mente?

La tecnologia a volte mortifica l’inventiva: ci sono troppe persone che si lasciano guidare da quello che dice un computer piuttosto che vedere quello che potrebbero fare da soli. Il problema vero è che tutti copiano e nessuno cerca più di inventare.

Qual è il suo punto di vista sul lusso? Lo potremmo legare all’unicità dei prodotti dei Maestri d’arte?

Il mio lavoro non è mai stato una ricerca di un prodotto lussuoso, inteso come un prodotto di élite. Io sono felice quando gli oggetti che disegno sono alla portata di molti. La mia generazione è cresciuta con poco o pochissimo, quindi il lusso non è qualcosa che mi appartiene realmente.

Come vivono i giovani il suo lavoro? Ha degli assistenti?

Il lavoro di designer è un lavoro difficile: molto bello ma anche molto faticoso, soprattutto per un giovane, anche perché ormai ai giovani non si concede di fare niente, non possono sbagliare e quindi non imparano mai.
Io ero solito tenere aperta la mia fabbrica il sabato per fare delle lezioni a chi volesse imparare; quella per me era la vera scuola, perché invece di essere su una cattedra ero in mezzo ai veri strumenti del lavoro e potevo subito dimostrare quello che stavo dicendo; permettendo anche ai ragazzi di provare, di “fare” con le mani.

Quali disagi percepisce nel suo lavoro?

I disagi sono sempre gli stessi, purtroppo: ci sono troppe persone che hanno voglia di cimentarsi, ma che poi al momento di darsi da fare sul serio si tirano indietro. Questo accade in tutte le categorie, dagli imprenditori ai professori e curatori. Fortunatamente ci sono ancora persone, pur poche, che si danno da fare per tutti.