Con Giuseppe Tisci, attuale titolare dell'omonima pellicceria, questa famiglia di pellicciai, che ha origini molto antiche, è arrivata alla sua quarta generazione.

La bottega era stata fondata dal padre di Giuseppe, Mario, che dopo aver maturato esperienza in Svizzera, aprì questo laboratorio in via Pacini, dove ancora oggi si trova.
Il negozio, anche se tra tante difficoltà, si è sviluppato negli anni, mantenendo intatto nel tempo le caratteristiche artigianali che hanno sempre caratterizzato l'attività di famiglia.

Come si è avvicinato a questo mestiere?

"La mia famiglia è stata fondamentale nel mio avvicinamento a questo mestiere. La nostra casa era proprio qua sopra alla bottega e capitava che tra un corso e l'altro all'Università, scendessi ad aiutare mio padre. In quel momento non percepivo quanto fare il pellicciaio mi potesse piacere, pensavo solo potesse essere un posto tranquillo e sicuro che mi avrebbe dato soddisfazioni, vista la mole di lavoro che aveva il laboratorio all'epoca. Imparavo il lavoro guardando, o meglio come dice qualcuno rubando, rubando con gli sguardi quello che gli altri facevano; anche perché nel nostro mestiere non esiste una spiegazione tecnica di quello che si deve fare, ma una spiegazione pratica che qualcuno tramanda. Alla fine stando qua ho iniziato ad appassionarmi; ho lasciato l'università e sono venuto in bottega a imparare a tempo pieno".

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Utilizza nuove tecnologie per realizzare i suoi strumenti, oppure la tecnica è immutata ?

"La tipologia di produzione è sempre la medesima, non ci siamo inventati qualcosa di diverso. Io prendo atto delle lavorazioni di terzi e le faccio mie, ma non variano molto. C'è qualcuno che nel nostro mestiere ha lanciato un nuovo metodo chiamato cheratura: le pelli, con delle macchine speciali sono tagliate e bucherellate dalla parte del cuoio. Questa stessa pelle che prima rendeva cinquanta centimetri, per esempio, ora dà un metro diventando più soffice e leggero, ma chiaramente meno calda, resistente e duratura. Queste novità sono seguite soprattutto dall'industria della moda e da alcuni artigiani che vogliono fare qualcosa di diverso."

Quali sono le maggiori difficoltà o disagi che percepite nel vostro settore?

" Per quanto riguarda il mio mestiere, le problematiche sono molteplici. Rispetto a quando mio padre portava avanti la bottega, c'è stato un calo drastico delle vendite, dovute soprattutto al cambiamento sociale delle nostre clienti potenziali. Una volta la pelliccia, soprattutto nella provincia italiana, era uno status symbol. Le nostre clienti non sono più le classiche casalinghe che curano i figli e la sera vanno al cinema, a teatro o la domenica a passeggio a sfoggiare la pelliccia. Le donne ora lavorano, vanno in macchina, o prendono la metro: tutte queste attività rendono scomoda la pelliccia come capo d'abbigliamento. La clientela era medio-benestante e poteva permettersi di spendere due o tre milioni per una pelliccia, ora la stessa classe non ha più lo stesso potere d'acquisto. La mia clientela si è quindi rarefatta, preferendo i grandi marchi, o proprio non acquistando più tale capo d'abbigliamento. Un secondo dato preoccupante è la perdita del sapere artigianale che sta avvenendo nel mio mestiere. Mi spiego: mio papà mi ha insegnato tutto ciò che sapeva, perché i lavori che si possono fare nel nostro campo sono molteplici. Io molto di quello che ho imparato da lui l'ho perso: alcune lavorazioni di pelli e pellame, non si fanno più perché non sono più richieste, e non facendo alcuni articoli da anni, ne perdi la manualità. Ecco allora che ci si focalizza su pochi capi, che sono si realizzati artigianalmente, ma che portano a una standardizzazione di ciò che è prodotto.

Come percepisce il ruolo delle istituzioni nella gestione, promozione e protezione del suo mestiere?

Io credo che lo Stato e la mia Associazione Pellicceria potrebbero accordarsi per favorire la trasmissione del sapere, in questo senso: diamo la possibilità ai ragazzi di fare stage all'interno dei laboratori, in modo tale che sia il Comune o la Regione a sobbarcarsi lo stipendio da dare a tali apprendisti. Io insegno, e loro sostengono le spese, facilitandomi. In tal modo, avendo io più manodopera, posso sottrarre del lavoro alla grandi aziende, facendole produrre in Italia e non all'estero.