Nato a Spilimbergo (PN) nel 1938, frequenta la Scuola Mosaicisti del Friuli, dove al termine del percorso formativo è assunto come insegnante. Giovanni Travisanutto è mosaicista di fama internazionale: celebre per la realizzazione dei mosaici delle metropolitane di New York, abbina soggetti laici a quelli sacri, come la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Ci racconti la sua storia.

Nel 1949, a soli 11 anni, un ragazzino fa ingresso alla scuola di Mosaico di Spilimbergo. Siamo nel dopoguerra e il mio papà, Gaetano, sa che questa scuola mi avrebbe insegnato un mestiere: fondamentale per avere un lavoro in giro per il mondo. E tra quelle mura rimango fino al 1970, l’anno della svolta: infatti per la scuola transita un mosaicista americano di origini friulane, che vuole a tutti i costi un insegnante da portare oltreoceano per insegnare ai ragazzi americani la tradizionale tecnica del mosaico. Così decido di preparare le valigie, consapevole della difficoltà di lasciare in Italia mia moglie Lina e i miei due figli Flavia e Fabrizio, di 6 e 2 anni.

Dopo 4 anni riusciamo a riunirci e vivere serenamente a New York: sono anni di lavoro instancabile e infaticabile, di commissioni, successi e serenità.

Nel 1979, dopo aver trovato un accordo con Crovatto, torniamo in Italia dove vive a Spilimbergo, apro il mio atelier che oggi dirigo insieme a mio figlio Fabrizio.

Un mosaico nasce sempre dal bozzetto di un artista.

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Mi capita spesso di vedere persone che osservano un nostro lavoro in una stazione di una metropolitana o in un aeroporto… È bello pensare che ognuno di loro avrà ricevuto un pizzico di piacere dalla bellezza che gli ha trasmesso quel mosaico artistico

C’è una persona o un episodio che ha influito nella sua vita professionale?

Ogni artista con cui ho potuto collaborare nella realizzazione dei nostri mosaici mi ha lasciato qualcosa: il nostro non è soltanto un lavoro fine a se stesso, ma è uno scambio appassionato di idee tra noi artigiani e l’artista, l’ideatore del bozzetto. L’episodio che mi ha condizionato maggiormente è sicuramente l’essere andato a lavorare negli Stati Uniti all’inizio degli anni ‘70, da quel momento tutto è cambiato.

Come si realizza un mosaico?

Un mosaico nasce sempre dal bozzetto di un artista.

È lui che crea l’idea, è lui che generalmente è contattato dal cliente per realizzare il progetto. Noi entriamo nel momento in cui tra committente e artista si è creata una sinergia che ha dato come frutti un disegno, un dipinto e un bozzetto. Nostro compito è quello di realizzare un mosaico perfetto secondo lo stile che l’artista vuole trasmettere. Esistono tante tecniche musive, dalle più tradizionali alle astratte, passando per quelle bizantine e romaniche; noi dobbiamo conoscerle tutte per rendere al meglio i nostri lavori. Realizziamo i disegni in grandezza naturale, scegliamo i colori insieme all’artista e creiamo il mosaico. Naturalmente seguiamo anche la posa in opera dei nostri mosaici artistici. Il servizio è sempre accurato, puntuale e fatto “su misura”.

Negli anni ‘70, come ha raccontato si è trasferito per circa 9 anni a New York. Cosa le ha dato la “Grande Mela” in più rispetto alla tradizione della scuola di Spilimbergo?

La Grande Mela è un piccolo mondo, c’è un pizzico di tutto, ogni morso ha il suo sapore. A livello musivo non mi ha dato molto, ma a livello umano, le esperienze di vita che ti regala, i contatti con artisti di fama mondiale, e soprattutto il ritmo incredibile di quella città, sono impronte profonde che segnano tutta una vita e non ti lasciano più. New York ti insegna e pensare velocemente, ad agire senza perder tempo, ad avere coraggio e seguire i tuoi sogni. È la città che esalta i capaci e massacra i mediocri, senza scuse, senza se e senza ma.

La tecnica del mosaico ha una storia millenaria, le tecniche usate si tramandano da secoli. È possibile coniugare tradizione e innovazione? Come?

Siamo fermamente convinti che le tecniche musive siano state tutte già sperimentate ma bisogna conoscerle profondamente per poterle proporre ai vari artisti. Sono loro che in realtà portano l’innovazione attraverso disegni contemporanei e originali, la tecnica musiva è sempre tradizionale. 100 anni fa si vedevano soltanto mosaici classici realizzati con una tecnica che doveva copiare i dipinti più realistici. Negli anni ‘80 vi è stato il boom delle tecniche più moderne con l’utilizzo di tessere grandi e piccole. Andando indietro nella storia vediamo epoche caratterizzate ognuna da stili particolari, pensiamo ai mosaici bizantini che vediamo a Ravenna.

Per questo credo che poche cose come il mosaico artistico mettano bene insieme l’innovazione del progetto con la tradizione di un linguaggio artistico.

Nella sua carriera ha realizzato centinaia di opere: dalla decorazione musiva della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, alle opere della metropolitana di New York. Sacro e profano: crede che possano combinarsi questi due aspetti? Che si contaminino a vicenda?

Non penso che vi sia una grande contaminazione tra le opere musive che creiamo negli spazi pubblici con quelle che invece realizziamo nelle grandi cattedrali del mondo. Trovo al contrario che le due produzioni siano molto separate. Non è un caso se siamo l’unico laboratorio musivo del mondo ad essere protagonista sia nell’uno sia nell’altro mercato. Questo è successo perché abbiamo sempre coltivato attenti rapporti in entrambe le direzioni. In ambito religioso bisogna conoscere bene le tecniche classiche e quelle bizantine, a seconda che si lavori con il mondo cattolico o quello ortodosso. Nelle opere pubbliche invece le situazioni sono più varie, a seconda dell’artista che progetta il bozzetto. Quando si lavora per le chiese ci si rende conto anche della responsabilità di dover realizzare un opera che dovrà testimoniare e tramettere la fede, il credo religioso. Le persone si aspettano tanto da opere di questa natura e noi dobbiamo essere sempre all’altezza delle commesse importanti nelle quali veniamo chiamati a lavorare.

Qual è la sua fonte di ispirazione?

Sempre e unicamente il bozzetto dell’artista e le sue indicazioni. Per questo è tanto importante poter comunicare con l’artista prima di ogni lavoro, in modo che vi sia una perfetta corrispondenza tra le sue aspettative e quello che le nostre mani creeranno. Opere tra l’altro che dureranno in eterno, non dimentichiamolo.

Formazione, competenza e creatività: quanto peso hanno nel mestiere del mosaicista?

La formazione è tutto: ci si mettono anni per conoscere tutte le tecniche, dopo aver fatto la Scuola di Mosaico. Ogni lavoro ti insegna qualcosa. Dopo averne realizzati tante centinaia in ogni angolo del mondo, siamo ancora qua a imparare e a confrontarci con nuove idee. La competenza è una conseguenza della formazione. Non vi è competenza senza la conoscenza, e la conoscenza non si compra. Si conquista in tanti anni.

Quanto alla creatività, direi che quella è una condizione sine qua non si potrebbe fare questo mestiere, dove tutto è manuale, dove trasformiamo una materia colorata in forme e disegni complessi.

C’è un episodio che ricorda con particolare emozione?

In tanti anni di lavoro di episodi degni di ricordo ve ne sono tanti. Generalmente ci ricordiamo più degli artisti che dei mosaici che per loro abbiamo realizzato. Tanto è forte il legame umano che creiamo. Non vorrei citare un momento più importante rispetto ad un altro, ma è bello vedere nei volti delle persone con le quali abbiamo lavorato emozione e soddisfazione quando vedono un nostro lavoro finito. Siamo tutti di passaggio, ma pensare che le future generazioni si fermeranno di tanto in tanto a guardare un opera musiva da noi realizzata, è decisamente l’aspetto più emozionante del nostro mestiere. Mi capita spesso di vedere persone che osservano un nostro lavoro in una stazione di una metropolitana o in un aeroporto… È bello pensare che ognuno di loro avrà ricevuto un pizzico di piacere dalla bellezza che gli ha trasmesso quel mosaico artistico, e l’arte in fin dei conti a cosa serve se non a migliorare la nostra vita ?

Che consiglio vorrebbe dare ai giovani che desiderano intraprendere questa strada?

A un giovane darei solo questi due consigli. Il tuo mercato sarà il mondo, vedi quindi di saper parlare l’inglese meglio della tua madre lingua. Ogni persona che ti contatterà dovrà sentirsi al sicuro, seguita professionalmente e certa di essere compresa.

Non avere fretta, mai. Il successo in questo mondo legato all’arte non arriva immediatamente, al contrario di altri settori lavorativi qua conta davvero avere tanto tanto mestiere. Ci vogliono anni, e nemmeno pochi, per imparare, e non è neanche detto che questo basti per poi trovare un mercato proprio. Quello invece che è certo è che se sarai un bravo mosaicista che conosce tutte le tecniche troverai sempre modo di lavorare e sarai apprezzato per quello che sai fare. Non so quanto questo concetto sia di facile accettazione in un epoca in cui tutto si deve avere subito, e dove la professionalità si vende facilmente in cambio di scorciatoie, guadagni facili e improbabili promesse. Bisognerebbe tenere un occhio rivolto al domani ma l’altro ben vigile sul passato. Ogni successo è sempre correlato a una montagna di sacrifici, umiltà e lavoro.

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