Musella Dembech è l'elegante firma di un'antica tradizione sartoriale iniziata con Francesco Musella molti anni fa.

Oggi la scopriamo attraverso le parole di Gianfrancesco, giovane erede di questa illustre storia.

Qual è la vostra storia? Come è iniziata la vostra attività?

Mio padre, Francesco Musella, classe 1941, entra in sartoria all’età di 9 anni per imparare il metodo sartoriale e le diverse lavorazioni. Si cominciava dai sottocolli, dal pantalone e dal gilet e solamente quando le mani incominciavano ad andare allora si passava al resto. Sessantaquattro anni, una lunga esperienza che incomincia a Caserta nell’atelier di suo nonno Lorenzo, allievo di Blasi. Poi qualche anno più tardi si trasferisce con suo fratello Gaetano a Milano ed entra nella sartoria di Baratta, più tardi viene a conoscenza di Giuseppe Colavito in via della Spiga, erede del metodo milanese di Cesare Tosi. Solamente dopo una lunga gavetta e dopo aver lavorato per i migliori sarti della scena milanese entra a lavorare come sarto finito nell’atelier rivoluzionario di Mario Donnini di via Fatebenefratelli. Mosso da una grande passione per le arti e i mestieri, io Gianfrancesco, il più giovane di tre fratelli, ho incominciato a lavorare con mio padre all’età di 11 anni mentre frequentavo la scuola. Il pomeriggio lo passavo in laboratorio a continuare quel percorso che molti anni prima, mio padre aveva cominciato. Siamo la terza generazione in famiglia e manteniamo una tradizione e un gusto sartoriale che solamente il tempo può dare.

Credo che se non avessi studiato, avrei molte limitazioni considerando come vanno le cose al mondo d’oggi.

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La sartoria non deve scimmiottare la confezione ma piuttosto differenziarsi per il gusto e la personalità sartoriale.

Come mai, Gianfrancesco, hai deciso di intraprendere la professione di tuo padre, in un momento storico in cui i giovani preferiscono altri tipi di mestieri rispetto a quelli artigianali?

Sono sempre stato molto appassionato della sartoria, dai tessuti ai dettagli, di tutto quello che sta dietro al metodo di lavorazione, la continua evoluzione e trasformazione dell’abito da quando si crea il modello a quando tutto incomincia a prendere forma. Oggi si pensa che una laurea debba per forza darti un lavoro per il quale si ha studiato. Io sono contrario a questo pensiero, anzi, credo che lo studio serva a formarci e a dare un valore aggiunto alle nostre capacità e a quello che facciamo. Ad esempio credo che se non avessi studiato, avrei molte limitazioni considerando come vanno le cose al mondo d’oggi.

Consiglieresti ai giovani di intraprendere la tua stessa carriera?

Questo è un lavoro in cui bisogna avere molta passione, essere portati e predisposti e per ultimo ma non meno importante essere disposti a fare dei piccoli sacrifici. Se ci sono tutte queste tre componenti, lo consiglio perché oggi abbiamo troppi laureati in economia, giurisprudenza, marketing, ecc e molti di loro non prendono nemmeno in considerazione l’idea di imparare un mestiere dignitoso e che in pochi oggi hanno ancora la fortuna di poter imparare.

Quali sono le criticità legate al vostro settore?

La criticità più importante è legata innanzitutto al poter offrire un prodotto unico. Purtroppo oggi, con la sempre più crescente mancanza di maestri, vengono a mancare anche le possibilità di poter imparare per poter offrire quel prodotto unico che oggi viene ricercato in molti mercati stranieri. Poi bisogna capire che oggi non basta più essere solamente artigiani e quindi lavorare sul proprio prodotto ma anche sapersi pubblicizzare, conoscere il nuovo mercato e le possibilità che offre, tenere il passo ai tempi dei social.

Perché il cliente dovrebbe scegliere di comprare un abito su misura?

La nostra clientela proviene da un mercato di nicchia. Quindi innanzitutto persone che amano l’arte in ogni sua derivazione, che sanno apprezzare le sfumature della vita e che sanno apprezzare l’eleganza delle nostre forme e la cura per il nostro lavoro. Il cliente deve acquistare il nostro prodotto perché è unico. È nostro e lo facciamo solo noi. Quello che dico sempre ai nostri clienti è che è meglio un gran abito piuttosto che dieci discreti. Poi il nostro lavoro, quello del sarto, è un lavoro molto delicato perché va a toccare il senso del gusto del cliente. É come dire che a me piace una donna con i baffi piuttosto che una donna con delle forme attraenti. Non obbligo il cliente a sceglierci, è lui che ci sceglie e viene o non viene da noi. In ogni caso noi manteniamo il nostro stile, la nostra personalità. La sartoria non deve imitare, ma piuttosto differenziarsi per il gusto, la creatività e la personalità dell'artigiano.

Che tessuti e materiali adoperate per le vostre creazioni?

Un tessuto che ci piace particolarmente e che spesso proponiamo è una vecchia produzione di fresco di lana in tre capi, ideale sia per fare blazer e abiti, oppure anche le grisaglie di una volta, asciutte e corpose. Quando ci capita prendiamo qualche bel taglio di tessuto e lo teniamo lì tranquillo. Lo lasciamo “stagionare” perché la percentuale molecolare d’acqua che è presente durante la filatura del tessuto tende a svanire solo dopo qualche anno.

Com'è composta la vostra clientela?

La nostra clientela è composta dal 90% di stranieri e una piccola percentuale di italiani.

Che tipo di mezzi usate per raggiungere i clienti e farvi conoscere?

Il passaparola è senz’altro l’unico mezzo che può far veramente girare la clientela.

Qual è la vostra idea di sartoria? Vi ispirate ad un modello o vi lasciate guidare dalla creatività?

La nostra idea di sartoria si ispira innanzitutto alla nostra tradizione sartoriale. Detto questo, alcune piccole cose possono cambiare di volta in volta. Più che lasciarsi guidare dalla creatività, direi che è il gusto personale a guidare quello che facciamo e che ci differenzia.

Avete progetti o nuove idee in cantiere?

Per il momento vorremmo espandere la nostra clientela e poi chissà, magari allargarci con un ambiente un po' più grande a Milano o all’estero.