Francese di nascita, ma adottata da Venezia da diciotto anni, Muriel Balensi è un’affermata maestra vetraia specializzata nell’arte delle perle di vetro realizzate a lume. Autodidatta, sperimentatrice instancabile - da sola o in collaborazione con altri Maestri muranesi, come il Maestro d’Arte e Mestiere Giovanni Nicola, suo compagno d’arte e di vita purtroppo scomparso recentemente -, Muriel ha sviluppato uno stile personale che rende le sue creazioni immediatamente riconoscibili, riuscendo a tradurre in piccolo tutta la fascinazione dell’incontro alchemico tra fuoco e vetro. In occasione di Homo Faber 2026: An Island of Light, dove ha proposto una dimostrazione dal vivo del suo sapere, le abbiamo chiesto di raccontarci come nascono i suoi microcosmi di bellezza.  

Il tuo ingresso nel mondo dell'artigianato avviene, quasi casualmente, verso i 30 anni, in seguito a una visita a Venezia. Era qualcosa che già faceva parte della tua vita?

Nella mia famiglia non ci sono persone che lavorano con le mani: col cuore sì, ma non con le mani. Ho studiato altro nel corso della mia vita, ma ho sempre provato a fare le scelte del cuore. Come nelle società primitive ci sono riti di passaggio, nella nostra vita ci sono fasi in cui è importante chiedersi se siamo al posto giusto, al momento giusto. Quando, come tanti altri, sono venuta in vacanza a Venezia, non appena ho toccato la materia per la prima volta, mi è sembrato subito che quella fosse la nuova via che dovevo percorrere. Ho deciso di provare, molto umilmente, senza nessuna pretesa, a vedere se quella luce che avevo visto mi fosse davvero destinata oppure no. Dopo qualche mese sono tornata a Venezia con due valigie. Non conoscevo nessuno, non parlavo la lingua, ma avevo un sogno.

Sono felice del cammino compiuto con le mie perle. Non sono figlia d’arte, sono straniera e donna, ho iniziato da zero senza che nessuno mi introducesse da nessuna parte. Eppure, oggi sono molto ben integrata e rispettata, perché mi iscrivo dentro cinquecento anni di storia delle perle, e le mie si riconoscono

l vetro è un materiale unico al mondo, e lavorando direttamente con un elemento come il fuoco, ci si riesce a collegare al nostro essere profondo, alla nostra anima e anche all'anima del mondo.

Cos’è che ha colpito il tuo cuore?

Il vetro è un materiale unico al mondo, e lavorando direttamente con un elemento come il fuoco, ci si riesce a collegare al nostro essere profondo, alla nostra anima e anche all'anima del mondo. Più concretamente: quello che mi piace di questo mestiere è proprio il fatto che lavoriamo con il fuoco. Il fuoco è un elemento che bisogna rispettare, è l'unico vero maestro. Noi siamo sempre al suo servizio e dobbiamo fare silenzio, ascoltare le proposte che il vetro, incontrandolo, ci offre. Ovviamente parto sempre con un'idea, però il vetro è un materiale vivo e, se siamo in ascolto - lasciando parlare questa materia che si muove con delicatezza e sensualità - si compie un viaggio attraverso i mondi della natura, della bellezza.

Che spazio trova la tua individualità in questo processo, in cui tu stessa ti metti in secondo piano?

Io penso che il verbo sia creatore - quindi il logos nel senso greco, cioè la maniera che ognuno di noi ha di esprimersi con le parole, con i tratti, con le opere - è sempre molto impregnato di tutta la nostra cultura. Io ho sempre adorato le arti in tutte le loro forme, ma anche semplicemente guardare il mondo meraviglioso che c'è attorno a noi, mantenere la freschezza del cuore del bambino che guarda una goccia d'acqua per ore perché dentro vede l'arcobaleno e interpreta forme meravigliose. Le gioie semplici sono alla fine quelle che ci costituiscono e ci fanno essere davvero in comunicazione con questo mondo. Nelle mie perle provo a raccontare questo.

Come definiresti il tuo stile?

All'inizio mi si diceva: le tue perle hanno uno stile molto francese. Può essere. A me piacerebbe anche fare delle creazioni più giapponesi - ridurre l'essenza di un albero ad una linea, dopo ore di osservazione - ma io, dentro le mie perle, amo raccontare tutta la storia del vetro: dicroico, filigrana, sommerso, avventurina. In una perla unica voglio raccontare tutto quello che c'è di più bello, così che una persona guardando una delle mie perle possa in qualche modo evadere, tenendo nella propria mano un intero microcosmo.

Come vedi il rapporto tra questo stupore quasi infantile verso la bellezza del mondo e la complessità tecnica delle sfide che affronti per realizzare i tuoi pezzi?

Il fatto è che a caldo i colori non si vedono, è tutto rosso, completamente rosso. Quindi si lavora per proporzione, intuizione, per valeur come diremmo in francese, una differenza leggera di colore. C'è anche una cronologia da rispettare, nel senso che con il colore possiamo far nascere dei luoghi, un paesaggio. L'idea è che un colore non deve neutralizzare quello precedente: bisogna inserirli in un certo ordine e in una certa proporzione, lasciando spazio a ognuno. Questa è anche una delle difficoltà principali, perché quando inizio a fare dieci o dodici passaggi, bisogna poter leggere tutti i livelli e che uno dia luce all'altro. Quindi prima penso la perla, poi vedo come si muove ed eventualmente ne faccio un'altra, finché arrivo al risultato. Ci sono le perle che io chiamo momenti di grazia, in cui il vetro gira da solo e so subito che funzionerà. Mentre ci sono perle su cui faccio tanta ricerca e sperimentazione.

Come ti sei formata, una volta che hai deciso di intraprendere questa nuova vita?

Sono principalmente autodidatta, nel senso che avevo le mie idee e ho fatto fatica a seguire un percorso normale, canonico. Volevo subito metterle in atto e questo, con i corsi, non funzionava. Con i pochi soldi che avevo, ho comprato il materiale e mi sono allenata. Insomma: sudore. Lo diceva anche Rubinstein: l’arte è tre quarti sudore e un quarto ispirazione. Quindi prima di tutto c'è lavoro, tanto lavoro, poi tanto amore e devozione.

Hai sperimentato molto?

Faccio tanti esperimenti con le perle, col vetro. Abbiamo sperimentato molto anche in occasione delle collaborazioni con il maestro Giovanni Nicola. È nata così la scacchiera che due anni fa abbiamo avuto l’onore di esporre in sala VIP a Homo Faber. È una tecnica che abbiamo inventato noi, perché teoricamente non sarebbe compatibile l’unione tra vetro lume e vetro fornace: la perla, più densa, spinge il vetro fornace, più morbido, e di norma si spaccherebbe. Però avevamo quell'idea e abbiamo cercato per mesi le soluzioni per arrivarci. L'abbiamo disegnata e poi abbiamo lavorato in due tempi, per rispettare lo spazio creativo di ognuno. Io preparavo le perle e poi andavamo in fornace e lì si esprimeva il maestro, lasciando libera la sua creatività, perché era il suo momento. Ognuno ha messo nell’opera il meglio di sé, rispettando la parola dell'altro.

Oggi sei un'artigiana affermata. Cos'è che rende subito riconoscibile un tuo pezzo?

Sono felice del cammino compiuto con le mie perle. Non sono figlia d’arte, sono straniera e donna, ho iniziato da zero senza che nessuno mi introducesse da nessuna parte. Eppure, oggi sono molto ben integrata e rispettata, perché mi iscrivo dentro cinquecento anni di storia delle perle, e le mie si riconoscono. Si riconoscono perché di solito le perle sono opache, mentre a me piace il trasparente. Mi piacciono tutte quelle inclusioni, tutti quei disegni che ci sono sopra, questa profondità della perla ottenuta giocando sul trasparente. Questo è veramente uno dei fattori che fanno la differenza, per cui quando uno guarda una mia perla dice: l'ha fatta Muriel. Quest’anno ero tra i pochi italiani chiamati ad esporre al Corning Museum of Glass di New York in occasione della 2026 International Glass Conference, e anche lì mi hanno detto di non aver mai visto prima creazioni come le mie.

Quest’anno hai anche partecipato a Homo Faber 2026: An Island of Light, tra gli artigiani chiamati da tutto il mondo per dare una dimostrazione del tuo mestiere. Com'è andata?

Benissimo, bellissima esperienza! È stato un momento di gioia assoluta, e poi era tutto organizzato come un orologio svizzero, al millimetro, tutti di eccezionale competenza. E la dimostrazione dal vivo è andata molto bene, perché le persone erano molto interessate, volevano osservare, capire... quindi è un ricordo davvero bello.

Perchè, tra le varie espressioni del vetro, hai scelto proprio le perle?

Ci tengo a ricordare che l’arte delle perle di vetro veneziane è diventata Patrimonio Culturale Immateriale, con il patrocinio ricevuto dall’Unesco nel 2020. È stata una candidatura bilaterale franco-italiana, con capofila l’Italia, ed è stato preso in considerazione tutto ciò che concerne i gesti, i materiali, la storia. È una vittoria di cui tutti noi siamo molto fieri e orgogliosi. Continuerò le mie ricerche per tirare fuori la perla dal suo solito contesto di gioiello: in questo mondo dove tutto è veloce, tutto è grande, noi lavoriamo come cinquecento anni fa, e mi sembra molto importante chiedere alle persone di fermarsi a guardare qualcosa di piccolo, di poter prestare davvero attenzione, per un momento. Voglio continuare a portare alla luce la perla, un piccolo pezzetto di vetro, e dargli il valore e la nobiltà che merita accanto alle maestranze dell’Arte Vetraria.

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