La camiceria Siniscalchi viene fondata da Vittorio Siniscalchi nel 1948.

Dopo aver affiancato il padre per diversi anni imparando e appassionandosi al mestiere, nel 1982 Alessandro subentra nell'attività.
Maestro d’arte a soli quarantaquattro anni, è rimasto uno degli ultimi in Italia a realizzare ancora questi capi di altissimo artigianato, completamente a mano e su misura. L’impostazione è rimasta quella di una volta: ogni cliente ha il proprio cartamodello, fatto manualmente su carta, la camicia è poi realizzata su questa base secondo le regole della camiceria artigianale.

Come si è avvicinato a questo mestiere? Che scuole ha frequentato?

"E' stato mio padre a trasmettermi la passione per le camicie, per questo mestiere. Com’è successo per tante altre botteghe artigiane, quindi, l'attività è passata dal padre al figlio. Essendo cresciuto dentro una camiceria, inevitabilmente mi sono innamorato delle camicie. Ho frequentato un corso base alla scuola Marangoni, ma la maggior parte del mestiere l'ho imparato stando qua in laboratorio".

La chiave del successo è la passione per questo mestiere, ciò che ci distingue è la ricercatezza, che rasenta la perfezione, che mettiamo in ogni camicia.

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Cosa rende la sua bottega unica?

"La mia bottega è unica perché so di essere uno degli ultimi al mondo a fare un prodotto con i canoni veritieri della camiceria, nel senso: prendere le misure, sviluppare il primo cartamodello e realizzare, con tutte le varie fasi, la prima camicia personale di un soggetto. La chiave del successo è la passione per questo mestiere, ciò che ci distingue è la ricercatezza, che rasenta la perfezione, che mettiamo in ogni camicia.

I giovani come vivono la sua professione? E' promotore di attività volte all'insegnamento in bottega?

"Abbiamo provato a promuovere l'insegnamento del mio mestiere, ma non abbiamo avuto abbastanza supporto dalle istituzioni. Sotto il mandato della Moratti, stavamo aprendo una scuola per persone disabili, dando la possibilità e la voglia di fare qualcosa anche a loro; in particolare l'iniziativa era rivolta ai ragazzi e ragazze portatori di Down, idonei a questo tipo di mestiere perché tendenti alla ripetitività. Purtroppo però non siamo riusciti a portare avanti il progetto. Ora con la Fondazione Cologni stiamo cercando di creare una sorta di corso per avvicinare i giovani a questo mestiere, ma più in generale stiamo cercando delle persone che abbiano voglia di fare l'apprendistato; solo così, infatti, si possono formare nuovi camiciai".

Che tipologia di clienti avete?

"La maggior parte dei nostri acquirenti è composta dai business man; ma non mancano anche i cosiddetti "cultori della camicia", ossia gli amanti di questo capo di abbigliamento che, per motivi economici magari si comprano una o due camicie l'anno, invece dei più abbienti che ce ne ordinano quaranta.
La nostra clientela è soprattutto milanese, ma non mancano gli stranieri: una volta erano svizzeri, tedeschi e statunitensi (inglesi e francesi no perché hanno una loro scuola di camiceria); adesso stanno arrivando i nuovi ricchi, arabi e russi."

Quali sono i problemi del settore?

"La categoria dei camiciai è lasciata molto a se stessa. Sia le istituzioni, sia la stessa Unione Europea dovrebbero essere più presenti nella tutela di questo mestiere che sta scomparendo. Chiaro che l'Italia dovrebbe farsi per prima promotrice di progetti di salvaguardia, essendo il nostro Paese, l'unico che può vantare un artigianato diffuso in maniera capillare nel territorio, e in tutte le categorie. Le attività di promozione sono fatte solo per grandi aziende: l'artigianato è Della Valle che però in realtà è un’industria. Il problema è quindi la quantità, la grandezza, non la qualità".